Racconti di Viaggio

Etiopia, Frammenti dall’Omo River

Scritto da il 07/09/2011

 

Di Anna Maspero

Da AnM – 4/2003

L’essenza dell’Africa sta nella sua sconfinata varietà …in Africa ogni grande comunità ha la sua cultura, un suo sistema di usi e di fedi, una propria lingua e i propri tabù, e tutto ciò forma un intrico incredibilmente complicato e misterioso.

Kapuscinski, Ebano

Pitture corporali

L’Etiopia è un incredibile mosaico di razze ed etnie, un incrocio di culture e religioni. Solo alcuni mesi fa’ ero rimasta affascinata dall’altopiano etiopico, una terra antica, biblica, splendida nel suo isolamento geografico e culturale. Sono tornata in Etiopia, questa volta per andare verso est, ad Harar e Gibuti, terre musulmane dove la cultura africana si mescola a quella araba. E verso le regioni del grande e selvaggio sud lungo il corso dell’Omo, fin dove il fiume si getta nelle acque del Lago Turkana: sono le terre dei Borana, dei Konso, degli Hamer, dei Galeb, dei Karo, dei Mursi, dei Bodi, culture animiste sopravvissute quasi indenni alla ‘civiltà’. Nonostante gli scambi e le contaminazioni inevitabili fra le varie etnie, ognuna di esse ha mantenuto un’incredibile continuità di tradizioni e costumi, anche forse grazie alla reciproca ostilità e all’isolamento in cui hanno vissuto fino a tempi recenti. Lungo la Rift Valley e la Valle dell’Omo i paesaggi sono incantevoli: una sequenza di laghi e colline, con la savana cespugliosa o aperta, punteggiata da euforbie e acacie. Il clima troppo caldo e secco, le crisi ambientali, le malattie, dalla malaria alla febbre gialla, e la diffusione della mosca tse tse, rendono però queste terre inospitali e causano migrazioni e scontri fra le varie etnie per difendere pascoli e sorgenti. Sono guerrieri e pastori seminomadi, dediti ad un’economia di sussistenza e sempre in lotta con le tribù vicine nella ricerca di acqua e terreni fertili per le loro mandrie. Qui, come in tanta parte di mondo, l’acqua è ancora l’elemento che scandisce il ritmo delle giornate. Andare al pozzo o alla pompa, spesso lontani chilometri, portare le mandrie e le greggi all’abbeverata al fiume o ai ‘pozzi cantanti’, scavare buche sempre un po’ più profonde nel letto dei fiumi stagionali e aspettare che un po’ d’acqua torbida si raccolga sul fondo. Il ritmo della settimana è invece scandito dalla regolare successione dei mercati, luoghi di scambi, ma soprattutto d’incontro, di socializzazione e di informazione. Non c’è televisione né telefono, non ci sono i giornali né ci sono lingue scritte (mi riferisco a quelle delle tribù), mentre quelle parlate appartengono a ceppi diversi e spesso fra loro incomprensibili. Il linguaggio è quello dei corpi dipinti, delle acconciature sofisticate, delle deturpazioni, dei piattelli labiali e auricolari, delle scarificazioni, degli abiti in pelle adorni di perline e conchiglie. La cura del corpo come quella per le mandrie, unici beni disponibili, sono assolute. Noi ‘ferengi’, uomini bianchi, con i nostri corpi così terribilmente pallidi, grassi e vestiti, ci sentiamo inevitabilmente elementi estranei e dissonanti fra i loro corpi dalle forme perfette ed armoniche, dove la pelle scura dipinta con terra color bianco, ocra e rossa è un vestito di bellezza assoluta e di primordiale sensualità. Anche le deturpazioni, le cicatrici, le frustate, l’omicidio stesso possono essere giudicati come usanze barbare e primitive, e sicuramente lo sono in base al nostro metro di giudizio, ma per queste popolazioni significano soprattutto identità e senso di appartenenza, qualcosa che noi, uomini della globalizzazione, abbiamo irrimediabilmente perso.

BORANA, per amore delle vacche

Pozzi cantanti

Mi avevano sconsigliato di andare dai Borana: “è arrivato l’acquedotto, i pozzi non cantano più…” invece a Dublock i pozzi cantano ancora. E’ mattino, sei uomini calati nei profondi pozzi a gradoni riempiono l’abbeveratoio di terra pressata passandosi i secchi dal fondo alla superficie e dalla superficie al fondo, al ritmo cadenzato dei loro canti, con una sincronia da provetti giocolieri. Poi tutto lo spazio a disposizione viene invaso dalle mandrie di zebù, le vacche con la tipica gobba sulla schiena, che arrivano per l’abbeverata dall’arida savana.

etiopia-omo-borana.jpg

Da El Sod ci vuole un’ora di cammino per raggiungere il lago nero come pece che occupa il fondo del cratere: sembra più catrame che sale. A poco a poco avvicinandosi si fanno più distinte le esili figure di uomini nudi che, immersi nell’acqua, con lunghe pertiche staccano dal fondo ammassi di fango salato, li portano a riva e poi li caricano sugli asini che risalgono fino al bordo del cratere e raggiungono i villaggi.  Ancora una volta lo scopo di questo lavoro da dannati di bolgia dantesca è nutrire il bestiame che pare così produrre latte migliore ed essere più prolifico…se non è amore questo …

LA FESTA DEL TORO … O MEGLIO LA FUGA DEL VITELLO (quando le feste non sono organizzate dall’Ente Turismo)

Festa del Toro

 

Siamo in terra Hamer. Gli uomini hanno fisici atletici, si dipingono con terre e pigmenti vegetali color ocra e bianco e indossano elaborate acconciature, crocchie scolpite e sormontate da penne di struzzo. Le donne sono vestite di pelli, adorne di conchiglie, pesanti collari e bracciali, i capelli impastati d’argilla. Praticano riti di iniziazione, fra cui il famoso salto del toro: il ragazzo iniziato deve ‘saltare’ per quattro volte senza cadere una decina di tori affiancati correndo sulla loro schiena. I nostri ‘informatori’ al mercato di Dimeka ci confermano una cerimonia di iniziazione per l’indomani. Raggiungiamo il villaggio situato sulle colline circostanti e subito veniamo quasi travolti da un gruppo di giovani donne che ballano scatenate, agitando kalashnikov al suono di trombe di latta: sono eccitatissime, hanno i corpi lucidi e sudati e le schiene sanguinanti. Con aria provocante e spavalda porgono ai giovani uomini dei rami lunghi e flessibili chiedendo di essere frustate: non un lamento, non una smorfia di dolore, ma anzi la richiesta di nuove frustate. Sono le giovani parenti dell’iniziato che gli dimostrano così il loro affetto: le cicatrici rimarranno a testimoniare il loro valore. I “maz”, i giovani già iniziati, preparano per la cerimonia e incoraggiano il ragazzo: gli sciolgono le trecce e gli fanno un’acconciatura leonina, lo spogliano e lo coprono con una semplice pelle di vacca.  Viene liberato il vitello che dovrà servirgli da ‘pedana’ per saltare sulla groppa dei tori, ma entrambi, il giovane uomo e il giovane vitello, sono emozionati e spaventati, l’animale fugge nella savana spinosa, il ragazzo corre all’inseguimento … il vitello è introvabile, la festa è sospesa, il sole cala all’orizzonte. Chissà se al nostro giovane daranno una seconda opportunità o se rimarrà un reietto della sua tribù, infatti non completare il salto del toro comporta lo scherno per il resto della vita.

HAMER E MIRAGGI

scarificazioni

I nostri fuoristrada corrono veloci sulla crosta piatta e salata del Chew Bahir, l’ex Lago Stefania che solo durante la stagione della piogge si copre di uno strato leggero d’acqua. Adesso la superficie è rivestita da cristalli di sale che riflettono la luce e popolano l’orizzonte di miraggi: laghi, isole, alberi. Poi un branco di zebre lucide e scattanti ci taglia la strada e fugge rapido, quasi esse stesse un miraggio. Arriviamo ad un’isola di roccia, un’isola vera, dove una sorgente calda ha regalato un po’ di vita vegetale a un luogo di bellezza lunare. All’improvviso si materializzano dal nulla  tre giovani Hamer armati di tutto punto: ai loro piedi una gazzella uccisa, il loro cibo. Che ci fanno qui, nel mezzo di questa distesa salata? Da giorni aspettano, aspettano nascosti che un un Borana, un ragazzo come loro ma vestito diversamente, sconfini per ammazzarlo. Il più grande mostra con orgoglio il torace coperto di scarificazioni verticali, una per ogni nemico ucciso. I più giovani devono ancora dar prova di coraggio per divenire uomini.  Non è cambiato molto in questa regione selvaggia, se non che una volta i giovani Hamer usavano la lancia, ora maneggiano disinvoltamente un  kalashnikov e gli agguati sono diventati scontri sanguinosi.

I MURSI E LA CORDA

Mursi

Cosa ci può fare un giovane Mursi con la corda di traino dei nostri fuoristrada? (definirla cavo mi sembra esagerato, era una corda di nylon di una decina di metri che quando entrava in tensione provocava il fuggi fuggi generale nel timore che rompendosi avesse un ritorno tipo elastico…). Immagino che ai suoi occhi fosse un tesoro prezioso. Mai però prezioso quanto lo era per noi… Un violentissimo temporale notturno aveva trasformato i 100 km di già difficilissima pista percorsi all’andata, in un acquitrinio dove un fango colloso e pesante si appicicava alle suole delle scarpe e alle gomme delle auto rendendo vano qualsiasi tentativo di procedere. Fu così che mi trovai a dover riscattare per 20 birr (poco meno di tre dollari…) la nostra corda di traino! Ero così disperata che riuscivo a trovare la cosa divertente, la classica situazione tragicomica…  Ma per il giovane Mursi il furto era normale, fa parte dei loro geni ed è una tradizione da rispettare. Secondo un antropologo, dopo qualche anno è probabile che una vacca torni al punto di partenza: i Mursi rubano l’animale ai Bume, i Surma ai Mursi, I Bume ai Surma e così la vacca torna a casa. Nel frattempo l’animale non corre grossi rischi perché le vacche non sono allevate allo scopo di essere mangiate, sono uno status symbol come l’auto da noi e in più, a differenza delle auto, producono latte e si riproducono. Se poi c’è proprio bisogno di bere qualcosa di più energetico, si incide una vena del collo e si beve un po’ di sangue mescolato al latte … l’animale non ne risente pare e in fondo i salassi erano una pratica comune anche fra gli umani.

jeep bloccata

Per raccontare la fine della nostra avventura: riscattata la corda e confidando in un po’ di fortuna, quando bloccati dal fango avevamo perso ogni speranza di riuscire a ripartire, sono comparsi un enorme truck e nel cassone una squadra di giovani muscolosi: praticamente un fenomeno paranormale di materializzazione del pensiero, visto erano ore che lo sognavo.  Così in 16 ore, dopo decine di impantanamenti e di duro lavoro di pala e accetta abbiamo percorso i 100 km che separano Omomursi, sperduto villaggio sull’Omo, da Jinka, una metropoli ai nostri occhi, ma più probabilmente un villaggio un po’ più grande degli altri nel sud dell’Etiopia, da dove però la pista torna ad essere transitabile.  

I MERCATI

Donna Hamer al mercato

L’Etiopia è un paese in cammino. Da nord a sud, da est a ovest si incontrano sempre persone in cammino. Perché è sempre giorno di mercato. E’ facile capire dove, basta seguire la corrente. I mercati iniziano tardi, verso le 11.00, perché la gente arriva da lontano, raramente sui cassoni dei camion, quasi sempre a piedi, scalzi per lo più, portando tutto a braccia o in testa (il concetto di ruota non sembra interessarli più di tanto). Le donne -come bestie da soma- portano pesanti carichi di legna, o camminano con le ceste in perfetto equilibrio sulla testa, un bambino sulla schiena e un altro per mano, gli uomini con l’immancabile bastone o con il “borkota” il tradizionale sgabello-poggiatesta, e poi asini, capre e talvolta carovane di dromedari. Il mercato: ma cosa vendono? Più o meno tutti le stesse merci, burro conservato in ciotole di zucca decorate, cereali, caffè (qualche volta solo le bucce), frutta, una capra, due galline. Nessuno ha fretta, pochi fanno acquisti, viene il dubbio che non siano lì per vendere, ma solo per incontrarsi, per il piacere di stare insieme, di farsi vedere.

HARAR, CITTA’ D’ORIENTE

Cerimonia del caffè

Salam aleikum, la pace sia con voi, è il saluto che si scambiano gli uomini; indossano l’osgunti, una specie di sarong di cotone e masticano chat (il qat yemenita, foglie leggermente euforizzanti).  Sono ad Harar, la mitica città delle antiche cronache africane. Entro in una casa tipica aderè e per un attimo mi sembra di essere a Ghadamès, Libia: il pavimento a vari livelli è coperto di stuoie e cuscini, i muri sono decorati con cesti e catini smaltati, le donne sembrano zingare, indossano abiti coloratissimi, hanno il capo coperto da un velo e pantaloni sotto la gonna.  Solo l’aroma intenso del caffè sostituisce il profumo più morbido del the. Fuori vi è la vecchia città araba cinta di mura, la quarta città santa musulmana, per secoli interdetta agli stranieri, ‘violata’ in incognito solo nel 1855 dall’esploratore inglese Richard Burton. E’ un dedalo di vicoli trasformati in un grande mercato. Conta, dicono,  99 moschee da cui ad intervalli regolari risuona l’invocazione del muezzin. Rimbaud, il poeta maledetto, a vent’anni dimenticò la poesia e lasciata Parigi iniziò la sua vita nomade di mercante e qui abitò a lungo in cerca  di fortuna con commerci non sempre leciti, armi, forse schiavi.  Harar non è più la città bianca che immaginavo, un angolo di Arabia Felix in terra d’Africa: è poverissima, sporca e trascurata, il profumo di incenso che arde nei bracieri delle case si mescola a quello dei rigagnoli maleodoranti delle fogne a cielo aperto, moltissimi i mendicanti che dormono su marciapiedi avvolti in teli di plastica.  E’ però ancora un luogo che seduce con una strana magia che nasce dalla fusione della cultura araba con quella africana, dalla mescolanza di credenze, religioni, architetture, tradizioni e caratteri somatici. E poi Harar è l’unico posto al mondo dove gli uomini ‘addomesticano’ le iene. La sera fuori dalle mura un branco di iene appare improvvisamente dal buio al richiamo degli ‘iena men’ che offrono loro brandelli di carne: è un’abitudine antica, alcuni dicono per evitare che gli animali entrassero in città, altri per ringraziare della fine di un’epidemia.

NESCAFE’, NO GRAZIE

Cerimonia del caffè

Una buona notizia per il viaggiatore: l’Etiopia è uno dei pochi paesi dove al mattino non ti servono il nescafè! Ma non si tratta di ricordi del passato coloniale italiano, qui il caffè è una tradizione ben più antica. La pianta del caffè proviene dall’Africa centrale dove cresceva la qualità Robusta meno pregiata e proprio sulle colline di Harar si incominciò a produrre un chicco allungato, la qualità Arabica che dall’Africa orientale attraverso il Mar Rosso arrivò nello Yemen al porto di Mocha per poi diffondersi nel resto dei paesi arabi e in tutto il mondo.  Si racconta che Al-Shadhili, un eremita islamico, preparò proprio a Mocha nel 1200 la prima tazzina di caffè, mentre fino ad allora venivano solo masticati  i chicchi o fatti infusi con le foglie. La cerimonia del caffè è forse la tradizione più diffusa in un paese così frammentato in tante diverse etnie e religioni.  Mi è stato servito il caffè preparato secondo il rito tradizionale sul pavimento dei bar, al nord, con alle mie spalle una trionfante vecchia Faema per l’espresso, così come in una capanna di terra pressata e paglia nell’estremo sud, in terra Hamer, e naturalmente nelle coloratissime case Aderè di Harar. Addirittura in un bordello di Gibuti un pomeriggio, prima dell’arrivo dei clienti, una donna etiope dagli occhi dolcissimi stava preparando il caffè secondo l’antico rito e mi ha invitato all’interno per offrirmene una tazza. Offrire un caffè è per l’Etiope segno di ospitalità e amicizia e sarebbe offensivo il rifiutarlo, anzi la tradizione vuole che se ne accettino almeno tre tazze; fortunatamente la seconda e la terza, fatte con l’aggiunta di acqua allo stesso caffè, sono meno forti. Certo, non bisogna aver fretta, la cerimonia del caffè è praticamente l’antitesi del nostro caffè espresso e segue un preciso rituale. Si sparge sul pavimento dell’erba verde e fresca, in un braciere viene messo dell’incenso profumato, in una padella su un fornelletto a carbone si tostano i chicchi verdi, lasciando che l’aroma intenso si diffonda nell’aria, poi si macinano in un mortaio e si mettono in infusione nella caffettiera di argilla lucida finché l’acqua bolle. Pare che ad Harar ci sia abitudine di rivolgere una preghiera che recita più o meno così: “Caffettiera dacci pace, caffettiera fa crescere i bambini, accresci la nostra ricchezza, ti preghiamo, proteggici dal male, dona a noi pioggia ed erba.”.  Il chicco di caffè ancora oggi è usato in molti riti magici diffusi fra gli Oromo e forse è proprio per questo profondo rispetto e questa ritualità che il caffè in Etiopia viene chiamato ‘buna’, chicco, mentre in tutto il mondo il suo nome deriva dalla parola araba qahwa.

CHAT (parlo di droga, non di informatica)

Treno per Gibuti

Il vecchio treno che collega Addis Abeba a Gibuti appena passato il confine si è trasformato in un mercato viaggiante: dalle borse e da sotto le gonne delle donne sono comparsi decine di involtini tubolari di foglie di banano con dentro i teneri germogli di chat. Ogni fermata si trasforma in un assalto al vagone per acquistare la dose quotidiana. Fuori dalle stazioni il paesaggio è desertico, lavico e desolato, poi l’aumento esponenziale dei sacchetti di plastica, delle carcasse d’auto e dei rifiuti segnala l’approssimarsi di Gibuti, che già nel XIII secolo fu definita dal grande viaggiatore Ibn Battuta “La più sporca, sgradevole e puzzolente città del mondo“. Il treno attraversa la periferia della città: definirla ‘degradata’, aggettivo tanto abusato quando si parla di periferie, mi sembra improprio. Non credo che qui sia mai esistito nulla che potesse ‘degradarsi’, ci sono solo capanne di lamiera, stracci e plastica, è il regno del provvisorio, dell’effimero. Dopo sedici ore da Dire Dawa in un treno cargo, vagone di 3 classe, opto per un albergo nel quartiere europeo, un po’ più tranquillo di quello africano. Poi decido di fare un giro in città. Per orientarmi salgo sulla terrazza di un vecchio e trascurato palazzo coloniale: davanti a me il minareto bianco e verde della moschea di Hamoudi, sotto di me il mercato di Place Rimbaud, un trionfo di giallo: banane, arance, i vestiti delle donne…. Improvvisamente caroselli di auto e un concerto di clacson tipo ‘la Roma ha vinto lo scudetto’. Non capisco subito il motivo dello stato di eccitazione e frenesia collettiva che improvvisamente si impadronisce della città. Poi ricordo le scene della mattina nelle stazioni: è appena arrivato il chat. Ogni giorno un aereo della Gibuti Airlines (meglio conosciuta come ‘chat airlines’) decolla da Dire Dawa con un carico di tonnellate di chat freschissimo raccolto sulle colline della vicina Harar. Se in città c’è un po’ di malumore o tensione l’aereo arriva in anticipo e talvolta ritorna addirittura una seconda volta. E’ un affare di centinaia di milioni di vecchie lire, chiaramente in regime di monopolio. Decine di uomini si precipitano fuori da lussuosi fuoristrada o da scalcinati taxi, agitano mazzette di denaro, si spintonano, urlano, afferrano la ‘dose’ quotidiana di chat e ripartono sgommando per ritirarsi nelle mabraz a masticarlo lentamente, per ore, alla ricerca di un’effimera euforia. Le strade si svuotano, la città ricade nel torpore, il mercato riprende il suo ritmo tranquillo.

A.M.

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3 Comments
  1. Rispondi

    Vincenzo

    23/10/2010

    Ciao Anna
    Ho appena fatto un tour nella zona dell’omoriver,esattamente come tu sai ben descriverlo.
    Fantastico.
    Grazie

  2. Rispondi

    Alessandro Omassi

    13/01/2012

    Carissima Anna, spesso la mia mente vaga in un periodo ben definito del mio passato e ti ritrovo sempre ovunque come mia compagna di viaggio…
    un abbraccio

    • Anna Maspero
      Rispondi

      A.M.

      14/01/2012

      le tue parole mi toccano Alessandro, grazie. I viaggi ci hanno fatto incontrare e percorrere insieme un pezzo di strada, e quel viaggio è solo nostro.
      Forse davvero una bella definizione di cosa sono gli amici è proprio “compagni di viaggio”, se la vita è, come è, un viaggio.

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ANNA MASPERO
Como, IT

Ho insegnato inglese, piantato alberi, letto molto e molto viaggiato. Non ho mai smesso di cercare e di pormi domande e sono certa che molte risposte stiano nel viaggio e nei libri. Ho scritto due libri sul viaggio: “A come Avventura, Saggi sull’arte del viaggiare” e “Il Mondo nelle Mani, Divagazioni sul viaggiare”, sono autrice della guida Bolivia e della guida Colombia, tutti editi da Polaris. Collaboro con diverse riviste fra cui LatitudesLife ed Erodoto108. Quando non sono in giro per il mondo, mi trovate nella mia fattoria in Brianza e naturalmente sempre sul mio blog.


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