Ladakh, il “paese di alti passi”. Un viaggio in un’India altra e dentro la spiritualità di un paese che tiene viva la fede nel buddismo Vajrayana più dello stesso Tibet controllato dai cinesi. Un luogo dove ovunque si respira il richiamo al divino che è in noi e nella natura…

I lunghi muri mani di pietre incise con il mantra Om Mani Padme um (“salve, o gioiello nel fiore del loto”) ripetuto all’infinito anche dentro i mulini di preghiera e sulle bandierine colorate che, mosse dal vento, portano verso il cielo il loro messaggio di serenità e pace. Gli omini di sassi eretti dai pellegrini nei luoghi sacri, sui valichi e le cime. I chorten, reliquari che punteggiano vallate e sentieri. I gompa, monasteri arroccati su speroni di roccia, custodi della profonda spiritualità del paese. Al loro interno centinaia di immagini e statue di Buddha, Bodhisattva e spiriti guardiani dalle parvenze demoniache, e poi altari, oggetti rituali, tangka, mandala, trombe, tamburi e cimbali… I monaci raccolti in preghiera nella puja quotidiana e i pellegrini che fanno girare le ruote di preghiera mentre recitano i mantra.

Ladakh: un viaggio intenso attraverso passi di quasi 5.500 metri, i più alti valichi carrozzabili al mondo, fra le aride montagne himalayane che fanno da barriera alle piogge monsoniche. Fra tanta desolazione, piccole oasi di verde punteggiano le vallate con campi coltivati a orzo all’ombra di salici, pioppi e albicocchi. Lì la gente vive in villaggi remoti, seguendo da secoli ritmi antichi dove le brevi estati si alternano a lunghi inverni di totale isolamento.

Un viaggio che diventa una sorta di pellegrinaggio anche per noi, gruppo curioso e attento, sempre fonte inesauribile di domande per riuscire ad orientarci nel complesso pantheon del buddhismo tibetano. Ai miei compagni di viaggio dedico l’immagine fotografata nella scuola del villaggio di Chomglamsar dei rifugiati tibetani: racconta la parabola di un elefante, una scimmia, un coniglio e un uccello che vogliono raggiungere i frutti dell’albero, ma solo collaborando riescono a nutrirsi. Proprio come l’omino di pietra beneaugurante fatto insieme al Lago Tso Moriri, portando ognuno di noi un sasso, 14 in tutto. Grazie amici e “Say yes to new adventures with us”, come mi avete scritto nel vostro commovente biglietto.

Julley, “buongiorno, arrivederci e grazie” al Ladakh e al mio grande gruppo.

Anna

KEL12 : Ladakh – Lassù, in fondo al mare

 

2 Comments

Qui sotto puoi inserire il tuo commento.

Facebook IconYouTube IconTwitter IconGoogle +Google +Google +Google +Google +Google +Google +