Ho viaggiato sola per mezzo mondo e mai ho avuto paura. Ora ho paura. Sono riusciti a limitare quella che ho sempre considerato la mia più grande libertà“. Lo ha scritto ieri un’amica su Facebook. Altri mi telefonano non più per consigli su dove andare o cosa vedere, ma per chiedermi se il Paese meta del loro viaggio è sicuro. Non è semplice paura. La paura è un meccanismo utile e salutare per evitare situazioni di pericolo, per salvarci da una minaccia precisa contro cui è di norma possibile trovare strategie di difesa. Sono domande che nascono piuttosto dall’angoscia, cioè da un diffuso senso di insicurezza e impotenza di fronte a una minaccia reale, ma che non siamo in grado di prevedere. Il rischio però non riguarda solo lontani “altrove” come nel passato, il terrorismo colpisce ovunque, anche qui e ora. Ormai a ogni telegiornale o controllo delle news ci aspettiamo il bollettino dei morti dell’ennesima strage, con la sola incognita di quanti e dove. Inevitabile rimpiangere quelle estati di non molto tempo fa in cui nulla succedeva e i giornalisti alla ricerca di notizie si dedicavano solo al gossip e alle ondate di caldo in arrivo. E’ una guerra in cui siamo direttamente coinvolti e dobbiamo trovare strategie non di sopravvivenza, ma di vita in barba a chi vorrebbe condannarci a vivere come zombi. Come fare? Ecco alcuni spunti, nulla di originale certo, ma serve rifletterci per affrontare consapevolmente questa che più che un’eccezione o un’emergenza è diventata la quotidianità con cui, a detta di tutti, dovremo imparare a convivere a lungo.

Evitiamo di propagandare, anche se involontariamente, gli eccidi perpetrati dai terroristi facendo rimbalzare milioni di volte foto e notizie drammatiche nei social network. Così facciamo il loro gioco, li trasformiamo in protagonisti (eroi o mostri poco importa), alziamo il livello dell’orrore e seminiamo ulteriore angoscia. Il web ha un potenziale moltiplicatore enorme e, usando più l’immagine della parola, può essere molto più crudo e diretto di un articolo di giornale. Meglio una semplice testimonianza di solidarietà, un pensiero, un fiore, una candela accesa…

Aiutiamo in tutti i modi possibili chi è rimasto coinvolto in attentati. Di qualsiasi provenienza e nazionalità siano, sono tutti vittime innocenti. E’ toccato a loro, potrebbe toccare a noi.

Non cambiamo le nostre abitudini, non rinunciamo alla normalità del quotidiano. Come scrive un amico di Facebook: “Noi non avremo pietà. Faremo terra bruciata intorno al terrorismo, non gli daremo tregua: vivremo amando la nostra vita, la nostra libertà e l’umanità intera. Certo, staremo attenti, ma non arretreremo di un passo. Io non ho paura. Posso solo morire. Ma mi farò trovare vivo”.

Non smettiamo di viaggiare, ovviamente evitando paesi dove la guerra è dichiarata, ma accettando il rischio dell’attentato che può essere ovunque o quasi. Proprio come canta Vecchioni in quella magnifica canzone che è Samarcanda, è inutile fuggire…

Chiediamo a tutti gli islamici non integralisti, e sono la grandissima maggioranza, che diventino parte attiva nel condannare, isolare e denunciare i terroristi: chi non lo fa diventa complice di chi semina terrore e alla fine saranno loro le prime vittime della discriminazione. Solo così, e non respingendo, scavando fossati e alzando muri, sarà possibile sconfiggere il terrorismo.

Non moltiplichiamo l’odio e non abdichiamo a quei valori di libertà, laicità, democrazia, fratellanza, pace e accoglienza che riconosciamo come nostri, anche se fortunatamente non sono patrimonio esclusivo dell’Occidente. Se questo lo dice chi il dolore l’ha attraversato, controllato e trasformato in forza, allora deve essere possibile. Mi riferisco a persone come Antoine Leiris, giornalista che al Bataclan ha perso la moglie. Queste sono le parole con cui si è rivolto su Facebook ai terroristi il giorno dopo l’attentato, non dimentichiamole: “Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.  […] Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio”. Leiris ha scritto un libro, da leggere, anche se basta il titolo per capirne il messaggio: Non avrete il mio odio.

Anna

Qui un mio audiovisivo di pochi minuti tratto da Il Mondo nelle Mani in cui parlo di quei valori che non voglio perdere.

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