Massimo Rossi, “Pioggia fango merda sole blues. Un’Amazzonia senza Sting”, Nuovi Equilibri – Stampa alternativa -1999

Pubblicato su il reporter

Un libro che non è un racconto di viaggio, ma un diario di quaranta giorni vissuti da medico volontario in un anonimo, caldissimo, umidissimo e dimenticato “buco di culo del mondo”, dove il fango è impastato in eguale quantità alla merda per la totale assenza di fogne. Benvenuti a Placido de Castro, Acre, Brasile, ai confini con Bolivia e Perù. Un libro “che puzza”, a partire dal titolo, un libro che si legge con tutti e cinque i sensi e forse con l’olfatto più della vista. Nel titolo c’è già tutto: pioggia-fango-merda-sole. E poi il blues, con quella sua carica di nostalgica tristezza che affonda le radici nelle canzoni degli schiavi neri d’America. Un luogo dimenticato in cui non si può non chiedersi “cosa ci faccio io qui?” O meglio cosa ci fa qui questa gente e perché non fugge da un non-luogo come questo.

Un luogo dove la musica di Sting e i movimenti ecologisti a difesa dell’Amazzonia non sono mai arrivati. Perché qui non c’è la foresta vergine dei documentari del National Geographic, qui non vivono popolazioni tribali tradizionali. C’è invece un territorio devastato dalle imprese del legname e abitato da coloni alla deriva in un’ambiente ostile.

Gente stanca, arresa, senza speranza, invisibile, dimenticata. La loro condanna non è la miseria estrema, ma sentirsi un’inutile eccedenza della società, “non esistere, essere niente”. Gente che non fa notizia, né quando nasce, né quando sopravvive, né quando muore. Tantissimi i bambini, piccoli di una struggente bellezza, ma che diventano subito grandi o che scompaiono prima di diventarlo, vittime di malattie o del traffico di minori. Bambini “buttati, persi, stracciati… già vecchi”. Non si respira rabbia, ma vuoto e rassegnazione, con i corollari di disoccupazione, alcolismo, prostituzione, malattie, abbandono, violenza, sporcizia. Qui ci vive un missionario italiano, padre Gabriele, “da quindici anni impegnato a lottare per riempire quel niente combattendo anche contro le proprie disillusioni”. C’è anche, di passaggio, Luigi-Luis, un francescano che nella sua indecisione se stare o ripartire, è forse la rappresentazione più vera del “cosa ci faccio io qui?” Come c’è Massimo Rossi, medico volontario, che per quaranta giorni incrocia le vite di quei reietti, ma onestamente sa di non poter essere uno di loro, perché poi torna a casa, mentre loro possono solo restare. Due mondi a parte, distanti e separati, il nostro mondo e il loro.

Anna

 

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