Sapore di sale

febbraio 18, 2011 / by / Category : Racconti di Viaggio

Pubblicato su il reporter – Parole Nomadi – Sale

Per noi il sale è un prodotto indispensabile, ma comune e di fascia bassa. Inevitabile lo stupore nel vedere come in alcuni angoli sperduti di mondo il commercio del sale sia ancora alla base di intere economie.
Come nella mitica Timbuctu, dove un tempo il sale si scambiava alla pari con la polvere d’oro e dove ancora oggi arrivano le carovane dei nomadi Berabich con i loro dromedari carichi di sale estratto nelle lontanissime cave di Taudenni.

Oppure in Etiopia dove carovane ancora più numerose si arrampicano verso gli oltre duemila metri dell’altopiano, dopo essersi rifornite di sale nella depressione dancala: lì, a Dallol, sotto un sole opprimente, i cavatori estraggono il sale a mano con il solo aiuto di bastoni e zappe e poi lo ritagliano in lastre con rozze asce.
Dall’altra parte del mondo, non più sotto il livello del mare, ma quasi 4.000 metri sopra, i salineros boliviani da secoli spaccano a colpi di piccone e raschiano la piatta e candida superficie del salar de Uyuni per ricavarne la “flor de sal”. Oggi ci sono i camion a raccoglierlo per distribuirlo ai mercati di tutto il paese, ma fino a non molti anni fa anche qui erano le carovane di asini e lama che scendevano dall’altopiano per barattarlo con i prodotti del tropico.
Sono economie tradizionali e forme di commercio arcaiche destinate a scomparire nel giro di pochi anni. E non solo per l’arrivo di nuove tecnologie e mezzi di trasporto.
Sotto la crosta della Piana del sale della Dancalia si nascondono ricchissimi giacimenti di potassio, un fertilizzante chimico prezioso soprattutto oggi che la popolazione mondiale aumenta e i terreni coltivabili diminuiscono. Così i tecnici cinesi sono al lavoro per asfaltare le antiche piste dei nomadi afar e gli ingegneri canadesi trivellano la crosta di sale per raggiungere i depositi di potassio.
In Bolivia nell’acqua salmastra sotto il salar è invece imprigionata la più grande riserva mondiale di litio, l’oro del XXI secolo, un altro minerale strategico, componente essenziale per alimentare le batterie ecologiche delle auto elettriche.
Questi deserti di sale persi nelle zone più povere e isolate del pianeta sembravano non avere alcun appeal per le multinazionali straniere, ma sono ora corteggiati da tutte le potenze industriali. Se i cinesi e i canadesi sono al lavoro in Dancalia, la Bolivia, che per secoli è stata depredata delle sue risorse d’argento e di stagno, vuole ora sostenere coi propri mezzi il processo di industrializzazione del litio. Ma per questo serve acqua, molta acqua sull’arido altopiano. E inevitabilmente, come già avviene per le miniere, i componenti chimici usati per l’estrazione e la lavorazione avveleneranno la terra… anche l’energia “pulita” ha un costo ambientale.
In queste distese di sale sterili e preziose si scontrano speranze di governi, timori di associazioni ecologiste e appetiti di multinazionali. Nel mezzo la popolazione e l’ambiente. La speranza è che questa gente povera, abituata a coesistere da sempre in un equilibrio duro e precario con una natura avara, possa godere in futuro di condizioni di vita migliori. La certezza è che queste terre assolute ed estreme, straordinarie e affascinanti, questi paesaggi magici di fuoco e vulcani, di sole e di sale, di lagune e di geyser, sono destinati a cambiare e probabilmente a soccombere al nostro “progresso”.

18 febbraio, giornata dedicata al risparmio d’energia: questa volta nessun consiglio di lettura. Semplicemente spegniamo la luce…

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