Pensieri in libertà

4 novembre : per coltivare la memoria e non l’odio

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02/11/2008

Mi è arrivata questa toccante mail sulla memoria della guerra del ’15-’18 che pubblico qui di seguito. La nostra cultura europea è figlia degli ideali dell’illuminismo e dei concetti di libertà, uguaglianza e fraternità. Ma la nostra società civile sembra aver perso questi valori ed essere sempre più in posizione di chiusura nel proprio mondo, di difesa quando non di offesa. Davvero sento forte la necessità di un cambiamento. Chissà che martedì 4 novembre (strana coincidenza di date) con le elezioni americane non inizi un periodo più illuminato di quello davvero triste e grigio iniziato l’11 settembre del 2001. A.M.

Ecco la mail, grazie Caterina.

Oggi, 4 novembre 2008, vorrei ricordare la guerra terminata 90 anni fa: vorrei ricordarla come mi è stata insegnata dalle donne della mia famiglia.

Mia madre era orfana di guerra; anche mia suocera. Due bambine che non hanno conosciuto il padre e che, dopo decenni, ne vivevano l’assenza in modo lacerante.
Mia madre mi ripeteva in mille occasioni: Tu non sai quanto sei fortunata ad avere il tuo papà, tu non sai che cosa vuol dire esser senza padre.
Anche il fratello di mio padre è morto nella stessa guerra (era un ‘ragazzo’ del ’98): le sorelle minori lo nominavano sempre, ricordandolo con mestizia.
La nonna materna, anche lei mi ricordava sempre il nonno morto in guerra. Era un ufficiale. Un giorno aveva scritto alla moglie di aver partecipato da volontario ad un’azione particolarmente pericolosa. La moglie, a sua volta, gli aveva scritto: “Alessandro, perché ti sei esposto così? Dovevi mandare qualcuno dei soldati. Ricordati che hai tre figli piccoli.” E il nonno aveva risposto: “Proprio perché ho tre figli sono andato avanti io: i miei soldati, chi ha sei figli e chi ne ha sette.”
Mia suocera raccontava spesso di esser andata, bambina, all’inaugurazione del monumento ai caduti. Terminata la cerimonia, molti si affollavano intorno al monumento, cercando il nome dei congiunti. Mia suocera, bambina analfabeta, ha fatto cercare ad un uomo il nome che le stava a cuore: lo ha guardato fisso fisso per ricordarsi bene il posto; poi ha detto: È papà mio, e si è messa a piangere piano piano. Ha pianto fin che è arrivata vicino a casa; poi si è asciugata le lacrime, per non dover render conto al patrigno.

Io tante volte ripenso a questi racconti e piango anch’io, sola sola, in casa, a 90 anni da quei fatti; fatti che son successi 40 anni prima che io nascessi.
Queste donne mi hanno trasmesso tutto il loro dolore.
Ma nessuna di loro mi ha mai detto chi avesse ucciso il loro padre, il fratello, il marito. Erano semplice-mente morti in guerra, in quella terribile calamità senza nemici. Solo a scuola ho studiato che dall’altra parte del fronte c’erano gli austriaci.
In casa non mi è mai neppure stato detto che ‘avevamo vinto’ la guerra: la guerra, a casa nostra, non finiva con la vittoria; neppure con la pace: finiva con la spagnola…

(L’epidemia di spagnola: la mia nonna materna curata dal veterinario, perché tutti i medici del quartiere erano morti; mia suocera, con la mamma e la sorellina, buttate sul letto stremate e digiune per giorni, senza alcuna assistenza…)

Così mi è stata lasciata questa memoria di un dolore irreparabile, ma senza nessun odio da perpetuare, nessuna vendetta da compiere.

Quando avevo circa 30 anni, sono stata turista in Austria e proprio la prima sera, ad una festa campestre, ho visto un anziano con cinque o sei medaglie sul petto. Ho pensato: forse una di quelle medaglie l’ha avuta per aver ucciso il mio nonno materno. Mi sono sentita molto male, perché era la prima volta che guardavo un uomo e pensavo che fosse il nemico. Assomigliava vagamente al mio nonno paterno ed io pensavo che forse era “il nemico”….
Il giorno seguente, nello stesso paesino austriaco, ho visto una lapide, con un numero incredibile di nomi e di date di morte: erano i tanti caduti di quel piccolissimo paese nella guerra del ‘15-‘18 (anzi: ‘14-‘18). Vicino a molti nomi e date era scritto italien, italien, italien: erano i caduti sul fronte italiano. Allora ho pensato: Forse uno di questi soldati è stato ucciso dal mio nonno. Ossia: Il nemico sono io.
E così, una grande tristezza ha pareggiato la tristezza della sera prima.

Questa è la guerra che ho imparato in famiglia.
Questa capacità di memoria senza odio, di dolore senza vendetta credo sia una parte grande della nostra cultura italiana, occidentale, europea, o come la vogliamo chiamare.
Imporla ad altri è un’operazione senza senso e senza possibilità di riuscita.
Rispettare -noi per primi- questa cultura in cui siamo nati credo sia tanto un dovere, quanto una fortuna.
Vivere serenamente la nostra vita, insieme a chi ha altre radici e vuol condividere con noi giorni ed anni di pace (a partire da altre idee e altri ideali): questo è il miglior futuro che possiamo augurarci.

Caterina De Camilli caterinadeca@libero.it

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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