*** (VIP: VeryImportantPost) Il Senso del Viaggio

A caccia di souvenir, fra autenticità, riproduzione ed evocazione

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18/12/2009

Il Natale si avvicina, è tempo di regali. E per chi parte è tempo di souvenir, croce e delizia dei viaggi, per qualcuno addirittura la ragione stessa del viaggiare. Una smania di acquisto spesso contagiosa e irrazionale che trasforma il paese visitato in un gigantesco emporio. Tanti i fattori in campo: il desiderio di avere un oggetto che testimoni il viaggio fatto, il gusto della contrattazione, il piacere di tornare con un regalo per chi è rimasto a casa, la sensazione di fare un affare (e i venditori sono abilissimi mercanti e fini psicologi).

Alla fine quel che rimane sono oggetti spesso inutili, ingombranti e qualche volta pacchiani che, fuori dal loro contesto, perdono inevitabilmente bellezza, significato e capacità evocativa. Un esempio sono le maschere rituali: appese ai muri delle nostre case assomigliano a feticci tristi, mentre indossate da danzatori dogon o bhutanesi sono la rappresentazione stessa dell’antenato o del demone. A titolo di provocazione, la rivista Colors ha lanciato la proposta di portarsi a casa come souvenir una lattina di coca-cola raccattata per strada, certo più autentica anche se meno “tipica” di un oggetto ricordo. Difficile comunque rinunciare al souvenir. I consigli per gli acquisti sono i soliti. Mercanteggiare – è parte del piacere dell’acquisto per venditore e acquirente – ma ricordarsi che esiste un’etica anche nello sconto. Fare acquisti presso cooperative o da artigiani locali. Non rinunciare a comperare un oggetto se davvero ci piace, altrimenti si rischia di trascorrere il resto della vacanza rimpiangendolo. Al contrario non farsi prendere da facili entusiasmi, perché gli stessi oggetti riproposti in serie su ogni bancarella vengono presto a noia. Pensiamoci, quante volte l’oggetto del desiderio, una volta posseduto, ha cessato di piacerci? Scrive Saramago con grande acutezza: “Piacere è probabilmente il miglior modo di possedere, possedere deve essere il peggior modo di piacere”.

Invece di dilungarmi sull’analisi di questi meccanismi noti e spesso compulsivi, vorrei raccontare una storia. Quella di un artista, Enzo Santambrogio, che si era innamorato delle pietre Mani, quelle pietre votive su cui i fedeli incidono dei mantra o delle figure del Buddha e che formano interi muri ai lati dei sentieri himalayani, accompagnando il pellegrino e invitandolo alla preghiera. Pietre così belle che è forte per il viaggiatore la tentazione di portarsene a casa una come souvenir. Un gesto di appropriazione della bellezza che purtroppo per secoli è stato ritenuto quasi un diritto da parte del viaggiatore occidentale, in parte per un senso di superiorità, in parte perché l’idea del possesso è connaturata alla nostra cultura. Oggi anche nei paesi più poveri c’è maggior attenzione verso la conservazione del proprio patrimonio culturale, artistico e spirituale così come c’è maggior rispetto da parte del viaggiatore, che di norma si limita a catturare con una foto l’oggetto del desiderio e ad acquistarne delle riproduzioni. Ma non sempre una foto può restituire la bellezza e la forza dell’oggetto e tantomeno lo possono dei surrogati sempre più spesso prodotti industrialmente altrove. Quell’artista ha pensato di avvolgere le pietre Mani in un foglio di carta di riso e ricalcarne il rilievo scolpito con grafite, ottenendo splendide riproduzioni su carta, in qualche modo simili a delle sindoni per potenza e capacità evocativa. Una storia utile per riflettere sul nostro atteggiamento spesso predatorio quando siamo in viaggio e per capire che non è necessario possedere l’originale, ma che anche una sua rappresentazione, che in questo caso non è una semplice imitazione, può rievocarne la magia e la bellezza.

Chissà, forse, viaggio dopo viaggio, troveremo quel distacco fatto di leggerezza che fa dire alla poetessa Wislawa Szymborska: “Tutto è mio, niente mi appartiene / nessuna proprietà per la memoria, e mio finché guardo… (…) / Benvenuto e addio in un solo sguardo”.

Consiglio di lettura: Duccio Canestrini, Trofei di viaggio. Per un’antropologia dei souvenir, Editore Bollati Boringhieri

A.M.

Pubblicato su il reporter

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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