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Agonia delle popolazioni tribali nel cuore dell’India

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20/03/2012

Ripubblico un post scritto nel 2010 relativo alle popolazioni tribali dell’Orissa. Il rapimento dei due italiani Paolo Bosusco e Claudio Colangelo non può non toccarci. La speranza e l’augurio è che possano uscirne presto e illesi. I due italiani che andavano soli e a piedi nei villaggi, non possono essere certo accusati di fare turismo invasivo. Per come sono descritti da chi li conosce, si hanno tutte le ragioni per credere che siano anche assolutamente rispettosi delle popolazioni tribali. L’unica loro colpa può essere l’essersi spinti in aree a rischio, anche se fino ad ora non c’erano stati rapimenti di stranieri.

Dal post sottostante, dove riporto le parole di un amico indiano profondo conoscitore di questa regione e della sua gente, emerge come i naxaliti, con la scusa di difenderle, di fatto usino le popolazioni tribali per combattere la loro guerra contro il governo indiano. Lo stesso stanno facendo con i gli italiani rapiti.

Il turismo però non è sempre innocente. E molti di noi vivono un senso di disagio quando, armati di macchina fotografica, scelgono come soggetti le popolazioni tribali. Proviamo a riflettere. Poi ognuno si comporti in base alla propria etica, a una sola condizione: il rispetto dell’altro.

Lettera di un amico indiano a commento dell’articolo di Arundhati Roy su Internazionale 851/2010

Per chi volesse leggere l’articolo è disponibile la versione in inglese di Outlook India

Dear Anna,
l’articolo di Arundhati Roy è scritto bene, l’ho letto e riletto e conservato. Questo argomento come sai mi sta profondamente a cuore. Ho trascorso trent’anni fra i tribali e ho una casa di fango fra i parajas, non lontano da dove lei è stata. Amo i tribali, conosco la loro realtà e da loro ho appreso i valori della vita.
Il testo è di Arundhati è buono, fino ad un certo punto anche vero rispetto ai problemi affrontati dai tribali dopo l’indipendenza: il complesso di superiorità intellettuale dei burocrati hindu e il disinteresse della macchina governativa. Lei ha però cercato di romanticizzare i maoisti senza scavare fino in fondo. L’agonia dei tribali e la loro miseria sono sfruttate dai leader maoisti hindu, spingendoli a prendere le armi e a uccidere.

Sono messi al muro, schiacciati fra gli interessi delle industrie che vogliono trasferirli dalle loro terre ancestrali e quelli dei quadri maoisti armati fino ai denti. Ragazzi minorenni, maschi e femmine, sono costretti a prendere le armi e a perdere la loro preziosa fanciullezza. Come può giustificare i rischi dei combattimenti contro i militari? Non difendo la macchina governativa, ma voglio assolutamente chiarire quanto sia pericoloso dipingere i maoisti con toni romantici. Lei li descrive come gandhiani con i fucili, ma non credo che Gandhi ne sia contento nel mondo dei morti, avendo sempre lottato contro ogni genere di violenza.
Arundhati ha visitato per una sola volta nella sua vita un’area tribale, ma ne ha tratto conclusioni definitive e le ha diffuse come il verbo di un messia che può avere accesso al mondo occidentale in quanto famosa. E’ diventata una pedina nel gioco di scacchi della propaganda comunista senza davvero rendersi conto di quanto male e quanto dolore alla fine dovranno subire i tribali.
deep regards
Srikant

E’ questa la mail tradotta in italiano di Srikant, un caro e fraterno amico, antropologo indiano e profondo conoscitore delle aree tribali, con cui ho avuto la grande fortuna di fare diversi viaggi in India.
Avevo letto l’inserto pubblicato sul numero del 18 giugno di Internazionale sulle popolazioni tribali dell’India Orientale, un lungo articolo a firma di Arundhati Roy, scrittrice indiana che conosco e i cui libri ho amato. Lo stesso reportage è stato pubblicato sul settimanale indiano Outlook e ha sollevato molte critiche in patria. L’articolo, ben scritto, mi ha però lasciato non convinta. Mi è sembrato di fare un salto indietro di qualche decennio, quando romanticamente abbiamo abbracciato cause che hanno portato distruzione e morte (sto pensando ad esempio alla rivoluzione culturale cinese e a quanto successo in Tibet e non solo). Così gli ho chiesto un suo parere. Credo che le sue parole meritino una profonda riflessione.

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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