Il Senso del Viaggio

Al Museo, sì. Ma con giudizio

on
18/09/2007

Di Beppe Severgnini -Da Qui Touring

Ho letto questo bell’editoriale ricco di consigli per visitatori curiosi… e ho pensato di condividerlo con voi. Buona Lettura! A.M.

 Giro il mondo per mestiere da molti anni. Mi e capitato di entrare in piccoli musei impeccabili e grandi musei dispersivi; musei ottimisti e musei pessimisti; luoghi luminosi e posti male illuminati; edifici presuntuosi e costruzioni intelligenti. Da qui, sette modeste proposte ai nostri soci Tci  (dentro, c’è qualche suggerimento per curatori e allestitori)

1. Non avere fretta. Non si va nei musei nei ritagli di tempo: se volete correre, andate al parco. Nei musei – tutti, anche ii pin scalcinato – e racchiusa l’avventura dello spirito umano. Sono luoghi emotivamente carichi, intellettualmente stimolanti e fisicamente impegnativi. Occorrono alcune ore, molta voglia, buone scarpe.

2. Limitare gli obiettivi. Emilio Tadini scrisse che “voler visitare tutto un museo e come voler leggere un dizionario dalla A alla Z”: folle e inutile. Un museo va assaggiato, piluccato, gustato: per tornarci in futuro, magari, e provare qualcos’altro. Spesso, invece, si commettono due errori. A: vedere tutto di corsa (magari con l’aiuto di un’audioguida, che ci trasforma in simpatici zombie). B: vedere troppo. Molti soci (e socie!) del Tci compiono questo sforzo, titanico e masochista. Non so bene se lodare la loro coscienza o sorridere della loro incoscienza.

3. Seguire i propri interessi, Ia propria disposizione d’animo e i propri umori. Ho visto, in Veneto, un piccolo museo della macchina per scrivere e – considerato il mestiere che faccio – mi sono entusiasmato. Ho visto negli Stati Uniti un grande museo di arte orientale, ma ero impreparato e mi sono perduto.

4. Arrivare con una chiave di lettura. Sono tornato agli Uffizi di Firenze mentre scrivevo il mio libro La testa degli italiani, con due idee in testa: studiarmi bene Botticelli, e decidere se rappresenta una trappola per gli stranieri (Ia bellezza italiana, apparentemente facile); ragionare sulla fisiognomica nazionale (quanto sono cambiate le nostre facce, nei secoli?). Voi direte: scopi limitati, agli Uffizi c’e molto di più. Vero: ma avere un obiettivo ha arricchito la mia visita. Vedere tutto insieme e insidioso: anche i cremaschi, vi assicuro, sono esposti alla “sindrome di Stendhal”.

5. Guardare il museo, e non solo le esposizioni. Spesso il contenitore vale il contenuto. Guggenheim, New York. Tate Modern, Londra. Louvre rinnovato, Parigi. Villa Borghese, Roma. I buoni esempi sono molti, e Ii conoscete anche voi.

6. Non farsi ingannare dal fenomeno conosciuto come ‘incorniciamento ed elevazione”. Una sala dedicata, un allestimento suggestivo, quattro faretti ben puntati e una coda in attesa equivalgono a un comando: GUARDA QUI, E IMPORTANTE! II senso di inadeguatezza, insito in ogni turista, ci induce a obbedire. Mancando magari ciò che volevamo vedere, per guardare ciò che vedranno tutti.

7. Lasciare spazio al caso. La visita a un museo deve essere organizzata secondo logica, gusto e buon senso; non iperprogrammata. Altrimenti non ci sara spazio per la serendipity. Ii vocabolo ha un’origine curiosa: secondo Ia leggenda, il sultano di Serendip (l’attuale Sri Lanka) partì per cercare l’oro. Si spinse lontano, attraversò monti e vallate, ma non lo trovò, Trovò invece tè di qualità superba, che alla fine si nivelò più prezioso dell’oro. Basandosi su questo e altri racconti, dove gli eroi facevano scoperte per caso, lo scrittore inglese Horace Walpole (1717-1797) coniò questo vocabolo: serendipity. Ovvero: la capacità di trovare ciò che non si sta cercando.

Riassumiamo. Sette proposte: niente fretta, non troppa roba, roba che interessa; guardare quello che piace, guardarsi intorno, guardarsi dalle trappole suggestive. E serendipity. Buona visita, e buona fortuna.

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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