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12/02/2010

Continua il mio viaggio nel sud del mondo. Dopo l’Africa, l’America Latina.

“Continente desaparecido” è il titolo di una bella collana di libri dedicati ai paesi sudamericani. Forse sta qui, in questa parola che non può non ricordarci anche uno dei momenti più tragici e terribili vissuti dai suoi figli durante le dittature degli anni ‘70- ‘80, la chiave di lettura della storia sofferta dell’America Latina. Un continente invisibile, da sempre terra di conquista dell’Occidente. Scippato anche del suo stesso nome perché, quando si parla d’America, si pensa inevitabilmente agli Stati Uniti. La mia America invece è lì, a sud. Forse perché è a Lima che nacque mio padre, figlio d’emigrati. Forse perché sono diventata grande negli anni in cui questo continente è stato capace di regalarci sogni e passioni, eroi e miti. Il Sudamerica è stato, come scrive Maruja Torres nel suo splendido “Amor America”, il mio viaggio-sogno, il viaggio che mi portavo dentro fin da adolescente. Ed è certo per questo che ho scelto la Bolivia come paese cui dedicare tempo, passione e una guida di viaggio.

I colonizzatori dell’America del Sud non furono i Padri Pellegrini che sbarcarono nel New England con l’intenzione di restarci per costruirvi un mondo nuovo, anche se come sempre a spese dei nativi. Furono invece rozzi conquistadores che dopo aver brutalmente decapitato e decimato imperi potenti e raffinati, mirarono solo alla spoliazione delle risorse del paese, asservendo la popolazione e condannandola a un futuro di emarginazione, arretratezza e dipendenza. Gli amerindi avrebbero certo volentieri fatto a meno della conquista. “Quando voi siete arrivati noi avevamo la terra e voi la bibbia, adesso noi abbiamo la bibbia e voi la terra”, fu la frase rivolta da un indio a un missionario. Da questa inaudita violenza è nata l’America Latina, meticcia come il suo stesso nome sta a significare, capace di coniugare due culture lontanissime mescolandovene una terza, quella degli schiavi strappati all’Africa. Un continente dalle mille sfumature di colore, che affonda le proprie radici culturali in ben tre continenti. Su una lapide posta sulle rovine di Tlatelolco, la roccaforte finale degli Aztechi contro Cortés, è scritto: “Non si trattò né di un trionfo né di una sconfitta, ma della dolorosa nascita di quel paese meticcio che è il Messico d’oggi. Il prezzo pagato fu però altissimo, il genocidio del 90% della popolazione indigena.

I superstiti, benché spagnolizzati, cristianizzati e privati della loro identità, riuscirono a conservare e a trasmettere, di generazione in generazione, parte degli antichi valori, usanze e credenze, che finirono per fondersi con quelli importati dagli europei. Ed è questa straordinaria capacità d’adattamento, questa silenziosa resistenza che ha permesso agli amerindi di mantenere la propria cultura rinnovandosi in un originale sincretismo con quella dell’invasore, continuando a venerare i propri dei accanto a quelli cattolici o mimetizzati dietro a essi, trasfigurando la forza vitale di Pachamama e Iemanjá in quella serena della Vergine. Certo, anche in Sudamerica esistono ancora popolazioni tribali, soprattutto amazzoniche, che conservano integri usi e costumi. Ma per chi non viaggia alla ricerca degli ultimi scampoli di mondo da “scoprire”, l’America Latina offre culture indigene non relegate al folclore, ma così ricche e forti da essere sopravvissute all’impatto con il Vecchio Mondo, fondendosi con la nuova cultura in un originale meticciato. Un “continente desaparecido” che, dopo le spoliazioni del periodo coloniale, continuate anche in seguito sotto forme diverse, e i tragici anni delle violazioni dei diritti umani, sta faticosamente cercando il suo posto nel mondo. Un continente da scoprire.

Per approfondire, un trittico che è una sorta di bibbia: “Le vene aperte dell’America Latina” di Eduardo Galeano. E “Le Nuvole non chiedono il permesso” di Tito Barbini, uno scrittore che ha ripercorso l’America del sud e del nord inseguendo sogni e utopie.

A.M.

Pubblicato su il reporter 

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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