on
29/01/2010

Poche settimane fa ero in viaggio fra le chiese dell’altopiano etiope durante la celebrazione delle festività del Natale ortodosso. Un Natale profondamente vissuto, con migliaia di pellegrini riuniti nei cortili delle chiese e raccolti in preghiera, un Natale molto diverso dal nostro impregnato di consumismo….

… sono al monastero di Na’akuto La’ab e osservo i pellegrini inginocchiarsi ai piedi del sacerdote che con una croce non solo li benedice, ma li tocca in varie parti del corpo. Un contatto fisico che già da solo mi sembra avere poteri taumaturgici, almeno per quella gente profondamente credente. Poi avviene un piccolo incidente. Accanto a me una turista per distrazione batte violentemente il capo contro il ramo di un albero, accorre un sacerdote in suo aiuto, ma prima ancora che possa avvicinarsi, lei lo guarda e gli grida: “non toccarmi”. Lui si allontana senza pronunciare parola…
Una scena che continua a tornarmi in mente. Forse è un invito a riflettere. Ripenso alle migliaia di corpi pigiati all’inverosimile l’uno accanto all’altro dentro il cortile di Bet Maryam la notte di Natale. Ripenso ai pellegrini che si stringono ancora di più, sfidando qualsiasi legge fisica, per farmi posto alle cerimonie. Ripenso alle mani che mi toccano, mi trattengono perché io non cada dallo spalto della chiesa, alto diversi metri. E ai bambini che nei mercati cercano la mia mano. Alla gente che si saluta abbracciandosi tre volte e non limitandosi come noi all’abituale stretta di mano che mantiene le distanze. Ripenso a un ragazzo di Tilahunnome Tilahun, cui mi lega una profonda affezione, che reincontrandomi dopo diversi anni continua ad abbracciarmi con una gioia semplice e pura.
Emozioni e sensazioni di “pelle”. Ma c’è anche una spiegazione più razionale per i diversi comportamenti. Un’interessante scienza dal nome strano, prossemica, studia proprio il variare delle distanze nelle diverse culture. Intorno a noi ci sono una serie di bolle virtuali che delimitano la distanza intima, quella personale per l’interazione fra amici, quella sociale fra conoscenti e quella per le pubbliche relazioni. Sembra essere un’eredità ancestrale derivata dagli animali che reagiscono con aggressività o paura alla vicinanza dell’altro, in quanto limitazione del proprio spazio vitale.
E’ importante viaggiando conoscere anche queste regole non scritte, osservare come si comportano le persone e cercare di adeguarsi per evitare situazioni di disagio o anche offensive. Ma al di là della variabilità di queste distanze a seconda della cultura di appartenenza, perché sentirci minacciati se qualcuno ci tocca? Si è allargata così tanto la nostra bolla virtuale?
Viviamo in spazi urbani sempre più ristretti, ci ammassiamo dentro metropolitane, nelle discoteche o sulle spiagge, ma poi evitiamo qualsiasi contatto. Il sesso non è più tabù, ma lo è diventato invece il contatto fisico al di fuori del rapporto sessuale. Curiosiamo nella vita delle persone attraverso i social network, esterniamo fatti personali su stampa e televisione, ma nel quotidiano siamo sempre più diffidenti e ci costruiamo intorno muri virtuali e reali per proteggere la nostra privacy. E in nome della privacy, nuovo moderno feticcio, ci rendiamo la vita infinitamente più complicata. In realtà stiamo solo proteggendo la nostra solitudine.
Forse il viaggio in luoghi affollati d’umanità e non solo di gente, ci può far perdere qualche paura e far ritrovare il piacere del con-tatto, quello di pelle, diverso dai tanti contatti virtuali che affollano le nostre rubriche mail.

Consiglio due libri scritti da viaggiatori che non temono di si mescolarsi alla gente su treni, corriere e taxi-brousse : Gianni Celati “Avventure in Africa” e Maruja Torres “Amor America, Un viaggio sentimentale in America Latina”, entrambi di Feltrinelli.

A.M.

Pubblicato su il reporter

TAGS
RELATED POSTS
ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


I MIEI LIBRI