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23/01/2009

Un tempo in un paese nuovo si arrivava attraversando i confini via terra o approdandovi via mare. Oggi questo succede ormai solo per emigranti e profughi. Il resto della popolazione viaggiante è sempre più spesso catapultata da un aereo nel cuore pulsante del paese di destinazione. Ma per tutti i viaggiatori quelle sottili linee di confine che frammentano e colorano la mappa del mondo, continuano a rappresentare una tentazione e una promessa di paesaggi umani e naturali diversi.

Nella realtà i confini sono invece tracciati con il sangue di soldati e di civili innocenti e solo poi ratificati a tavolino. Sono strumenti di difesa e di separazione da chi percepiamo come diverso e non momento di transizione e di incontro con culture altre.

Per l’uomo, il primo e forse l’unico vero sacro confine è il proprio corpo. Prendendone coscienza, sente anche l’esigenza di delimitare un proprio spazio. Come gli animali difendono un territorio per garantire la sopravvivenza loro e della progenie, così per l’uomo è naturale scavare un solco nella terra, reale o figurato, per segnare un confine fra sé e l’altro, il dentro e il fuori. Un proprio spazio non significa solo possesso e garanzia di sopravvivenza, è anche senso di appartenenza, identità e legami sociali. Così sono nate le nazioni. E il loro numero è quadruplicato con la fine del colonialismo e il più recente dilagare di spinte autonomiste. Pure, con il dissolversi del blocco sovietico, il diffondersi di comunicazioni simultanee e di trasporti veloci, il libero mercato e tutto ciò che nel bene e nel male va sotto il nome di globalizzazione, i confini sembravano destinati a perdere molto del loro significato. Anche la spinta idealista degli anni sessanta e il relativo benessere degli anni ottanta avevano illuso che potessero prevalere valori di solidarietà e di giustizia e avevano fatto sperare che un buon uso della ragione portasse a una morale condivisa al di là di divisioni e particolarismi. L’11 settembre ha cambiato le carte del gioco. Ne è nata una nuova geografia che disegna divisioni ben più profonde degli sbarramenti doganali. Sono stati eretti muri a sostituire quelli crollati, sono stati scavati fossati fra le religioni e alzate nuove barriere fra le culture. Sanguinosissime guerre generano una catena infinita di odio e rappresaglie fra popolazioni confinanti. L’Occidente cerca di chiudere la guerra e i poveri del sud del mondo fuori dai propri confini. Ma come sempre succede quando per difendersi si mettono sbarre alle finestre, le barriere imprigionano anche chi le erige. Quei confini che dovrebbero indicare la diversità e la ricchezza delle culture, sono diventati uno strumento di chiusura e di difesa da chi ci vive accanto. Njock Ngana, scrittore camerunense, lo racconta con parole di poeta: “Vivere una sola volta / in una sola città /in un solo paese / in un solo universo / vivere in un solo mondo / è prigione. // Conoscere una sola lingua / un solo lavoro / un solo costume / conoscere una sola logica / è prigione“. Anche se riusciremo a continuare a fingere di non essere in guerra e di fare solo missioni di pace, se non ci apriremo a percezioni e visioni diverse dalle nostre, saremo tutti più poveri.

Dalle ceneri delle Twin Towers poteva nascere un confronto fecondo fra civiltà e un’epoca di tolleranza. Terzani provò a crederci e, già sofferente per la malattia, lasciò il suo rifugio in Himalaya per testimoniare di persona il proprio impegno in una sorta di pellegrinaggio di pace. Proviamo tutti, ma soprattutto noi viaggiatori che forse più di altri dovremmo avere una mente libera da pregiudizi, a raccogliere il testimone che Terzani ci ha lasciato, a riprenderci il sogno. “Yes, we can“. Che i nostri viaggi possano diventare una testimonianza di apertura e solidarietà al di là delle differenze. E possano essere una denuncia contro tutti i confini quando sono sinonimo non di identità e cultura, ma di chiusura, limite e discriminazione. Anche e soprattutto contro quei confini scavati nella mente degli uomini, certo più difficili da superare di quelli tracciati sulla mappa del mondo.

A.M.

Articolo pubblicato su Il Reporter nella rubrica Parole Nomadi

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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