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23/04/2010

Cos’è il deserto, quello dell’immaginario turistico, quello che trova nel Sahara la sua espressione più perfetta e completa?
“Il deserto stesso ha assunto un significato, è stato sovraccaricato di poesia, quando avrebbe dovuto rimanere soprattutto una terra di bellezza, inutile e insostituibile”, scriveva il filosofo Albert Camus. E davvero quando si racconta il deserto gli aggettivi si sprecano: “spettacolare, magico, lunare, primordiale, estremo, assoluto…”. Su riviste e cataloghi si esagera con le iperboli e si cade negli stereotipi, fra i viaggiatori la passione per l’avventura si mescola a mode in stile new age, con il risultato di imprigionare il deserto in  luoghi comuni e rappresentazioni edulcorate.
Forse il deserto andrebbe preso semplicemente per ciò che è.
Il deserto è deserto: dall’aggettivo, il nome. Tautologico ma chiaro. Il suo significato deriva dal latino “deserere”, cioè abbandonare, e indica un luogo privo o comunque povero di vita. Se anche nell’oscurità della notte qualche insetto o qualche piccolo mammifero lascia sulla sabbia le impronte del suo passaggio, il vento presto le cancella e il calore del giorno immobilizza il paesaggio in una dimensione minerale senza quasi traccia umana o animale. Forse è per questo che nel deserto, lontano dalla frenesia e dall’affollamento, il viaggiatore ritrova calma e tranquillità.
Il deserto è silenzio, un silenzio interrotto solo dal rumore dei granelli di sabbia spostati dal vento. Qui si è davvero lontani dalla cacofonia del mondo.
Il deserto è essenzialità. La natura è messa a nudo perché priva di vegetazione, non nascosta dal cemento e non ricoperta da orpelli e artifici. E anche noi riscopriamo il piacere del vuoto, della leggerezza, del distacco da quel superfluo che soffoca le nostre vite.
Il deserto è vastità. E’ così smisurato che è impossibile abbracciarlo tutto, anche se si cerca di allargare lo sguardo come fosse il grandangolo di un apparecchio fotografico. I granelli di sabbia sono come tanti minuscoli pixel di un’immagine digitale che ha bisogno della distanza per ricomporsi in un’incredibile fantasia di forme e di sfumature di colori. Nel deserto possiamo finalmente ritrovare la vastità degli spazi e dei larghi orizzonti dove lo sguardo annega.
Il deserto è luce, una luce mai uguale a se stessa. Quella dell’alba che accende le cime delle dune, quella del tramonto che colora la sabbia, quella della notte illuminata dal fuoco del bivacco e dalle infinite stelle che si muovono lungo l’intero arco del cielo. Ma è anche la luce opprimente del giorno che avvicina gli orizzonti e crea lontani miraggi. Un luogo, il deserto, capace di restituire la luce al giorno e il buio alla notte.
Il deserto è immobilità, anche se in realtà il vento cambia costantemente, ma insensibilmente, i connotati del paesaggio. Lo spazio sembra rimanere uguale a se stesso, il tempo trascorre senza lasciare tracce apparenti. Nel deserto più che il desiderio di camminare, si ha voglia di fermarsi a contemplare.
Il deserto è bellezza. Certo, ci sono anche paesaggi monotoni e desolate distese di pietre, ma sono un prezzo da pagare per la sensualità di una duna, le sfumature di colore della sabbia, le forme fantastiche delle rocce.
Il deserto è inutilità, è una terra sterile e ostile. Ma ci è necessario, perché, come scriveva Doris Lessing proprio a proposito dei deserti, “l’uomo ha bisogno di uno spazio vuoto da qualche parte per farvi riposare il suo spirito”.
Spazio, silenzio, vuoto, luce, leggerezza, bellezza… forse un’illusione, ma si sa, nel deserto i miraggi sono reali.

Per approfondire un libro lucido e appassionato: Alain Laurent, Desiderio di deserto.
A.M.

PS: e qui trovi un mio video con bellissime foto dai deser ti del mondo

Pubblicato su il reporter

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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