Il Senso del Viaggio

Dimmi se sei felice

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29/10/2010

“Decise che avrebbe fatto il giro del mondo e dappertutto avrebbe cercato di capire che cos’è che rende la gente felice o infelice… se un segreto della felicità esisteva, avrebbe certo finito col trovarlo”. Così Hector, il giovane psichiatra protagonista del romanzo di Francois Lelord, inizia il suo viaggio. E come la sua, anche le nostre partenze sono una ricerca, forse non sempre così consapevole, di quell’elusivo oggetto del desiderio che si chiama felicità.

Viaggiando in paesi dove secondo i nostri parametri ci sarebbe ben poco di cui rallegrarsi, ci capita di scoprire con un po’ di stupore che la gente non sembra essere infelice come “dovrebbe”. Sondaggi e ricerche confermano che lo scarto fra paesi ricchi e paesi poveri nel livello di felicità percepito è minimo e che depressione, noia e suicidi sono molto più diffusi nella nostra parte di mondo. Dunque se il PIL è direttamente proporzionale alla durata della vita, non sembra esserlo alla felicità della stessa. Forse perché è un indice quantitativo che ha a che fare con produzione e consumi, ma si sa, non sempre quantità e qualità vanno a braccetto. La felicità è qualcosa di sfuggente e di difficilmente misurabile: certo è più facile dire quando manca che quando c’è. Terzani ne aveva dato una definizione sicuramente frutto della sua esperienza di viaggiatore: “uno che si accontenta è un uomo felice”. Ossia, felice è chi vede il bicchiere mezzo pieno, se lo fa bastare e ne è soddisfatto. Noi occidentali, se non proprio infelici, non ci sentiamo neppure felici. Non solo tendiamo a vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto, ma ne beviamo anche il contenuto a grandi sorsi, pur senza riuscire ad appagare la nostra sete. Fuor di metafora: diamo per scontati i beni necessari, e sempre più anche quelli superflui, così quando mancano ci provocano infelicità, quando tutti i “bisogni” vengono soddisfatti, si ha immediata assuefazione e se ne creano di nuovi in una spirale consumistica infinita. Eppure la conquista della felicità potrebbe essere semplice. Secondo i comandamenti stilati dall’ONU per essere felici sono necessari: una razione di cibo e sufficiente acqua potabile, un tetto, istruzione per almeno sei anni, un lavoro, tre vestiti e tre paia di scarpe a testa; e poi una radio, delle pentole e una bicicletta per famiglia, una TV ogni cento abitanti, cinquanta letti d’ospedale ogni centomila abitanti, assistenza a vecchi e malati. Sicuramente a noi non manca nulla di tutto ciò, ma la felicità è relativa e la sua percezione dipende dalla realtà in cui si è inseriti. La nostra “soglia di felicità” è molto più alta. Forse la risposta che ci potremmo riportare a casa dai nostri viaggi è questa. Che, soltanto per essere casualmente nati nella parte giusta del pianeta, siamo dei privilegiati. Che per noi la felicità non è solo un diritto, come recita la costituzione americana, ma dovrebbe essere un obbligo morale, visto che disponiamo del necessario e anche del superfluo. E che è possibile limitare i nostri bisogni. Anche perché le risorse non sono illimitate e una parte di mondo sta pagando il prezzo del nostro più o meno triste benessere in termini di miseria e di ingiustizie. Morale: allontanarsi un poco dal proprio mondo aiuta almeno a rendersi conto di poter essere felici.

Consiglio di lettura: “Il viaggio di Hector o la ricerca della felicità” di Francois Lelord

E se volete vedere le statistiche dei paesi più felici, cliccate qui.

Pubblicato su il reporter 

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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