Il Senso del Viaggio

Elemosine e dignità

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21/01/2011

Lascio la Dancalia, la torrida depressione salata nell’oriente del l’Etiopia che solo da poco si è aperta al turismo, e risalgo la scarpata per raggiungere l’aria sottile e frizzante dell’altopiano. Mi ricollego all’itinerario della rotta storica, che invece è ormai da anni inserito in molti circuiti turistici. E’ sufficiente accostare a bordo strada per scattare una foto allo splendido scenario di vallate e terrazzamenti che mi si apre davanti perché frotte di bambini mi corrano incontro tendendo le mani. “You, you”, “ferengi”, “birr”, “give me pen”: le richieste di elemosina, sporadiche in Dancalia, qui si fanno assillanti. Inevitabile riflettere sull’impatto del turismo. Inevitabile sentirsi sempre comunque a disagio, qualsiasi comportamento si adotti.

I bambini mendicano una penna, una maglietta, una bottiglia, dei soldi. Una cosa qualunque, anche se inutile. E se ci si azzarda a regalare qualcosa, scoppia una breve lotta per accaparrarsi l’oggetto del desiderio, con l’inevitabile prevalere del più forte. Qui la richiesta di denaro non è come nel sud del paese il compenso ormai “istituzionalizzato” per poter scattare una foto, un atteggiamento giustificabile visto che da vendere hanno solo i propri corpi dipinti, scarificati, adornati e trasformati in opere d’arte e che noi siamo lì proprio per vederli. Qui non c’è scambio, questi bambini non chiedono una ricompensa per un servizio prestato e la loro non assomiglia neppure alla richiesta d’elemosina da parte di un mendicante. L’elemosina, che si chiami carità, come nella tradizione cristiana, o “zakat”, uno dei pilastri dell’islam, è una pratica comune a tutte le maggiori religioni per ridistribuire la ricchezza. Ma in quel caso rientra in un ambito tradizionale e socialmente accettato, come succede per i mendicanti in India. Qui, come avviene in molti paesi poveri toccati dal turismo, la richiesta d’elemosina si trasforma in un atteggiamento diffuso, una richiesta assillante rivolta ai soli “ferengi”, gli stranieri di passaggio. Un’elemosina che di fatto consolida i rapporti di disparità, forse toglie qualche senso di colpa a noi che la diamo, certo fa perdere in dignità a chi la chiede senza risolvere la loro povertà.

Non c’è una regola di comportamento che possa andar bene ovunque. Nella stessa Etiopia a nord, sud e a est ci sono situazioni e atteggiamenti diversi da parte della popolazione locale e sta alla sensibilità di ogni viaggiatore scegliere come comportarsi. Mi tornano però alla mente le parole scritte su un cartello all’ingresso di un tempio in Nepal e le getto sul tavolo, come spunto di riflessione: “Save our selfesteem, don’t encourage begging”, “aiutaci a mantenere la nostra autostima, non incoraggiare l’elemosina”. Un concetto che non dovremmo mai dimenticare quando avviciniamo una persona povera, sia bambino del terzo mondo sia un immigrato nel primo mondo.

Pubblicato su il reporter– Parole Nomadi

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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