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Frammenti dal Canada

Scritto da il 21/10/2009

 

 

Da Pino Lovo e Lidia Villa

Io-mi-ricordoMercoledì 21 ottobre – Montreal – Passo e chiudo

La neve cade a larghe falde, bagnata, pesante, su un’asfalto lucido di pioggia. Sono le ultime ore che trascorriamo a Montreal, dove siamo arrivati quattro mesi fa, scoprendo una città vivace, movimentata dal festival del Jazz, nelle calde serate estive. Ora il cerchio si è chiuso. Tutto sembra dirci: è ora, tornate a casa! Anche il nostro ombrello superstite ha ceduto dopo aver lottato fino all’ultimo contro il vento che spingeva la pioggia e poi la neve, in ogni angolo. Oggi ho la risposta a una domanda che mi sono posto più volte in passato. Quando potrò viaggiare per mesi e non per settimane, ne sarò stanco? Sarò contento di tornare a casa? Come sospettavo, la risposta è no. Bruce Chatwin diceva che la condizione naturale dell’uomo è il nomadismo. Personalmente mi sento più vivo quando sono in movimento, sempre curioso di scoprire cosa ci sia dietro la prossima collina, di capire qualcosa di più del mondo che mi circonda, d’imparare. Mi considero un’apprendista permanente, un nomade potenziale con il vantaggio inestimabile di una compagna che lo fa sentire a casa, ovunque. Ringrazio la cara amica Anna Maspero che ha generosamente ospitato le mie riflessioni sul suo blog, e quanti (due, tre?) hanno avuto la pazienza di leggermi. Qui Montreal, passo e chiudo.

Tavolozza-d'autunno LovoVenerdì 16 ottobre – Viaggiare nello splendore

Ancora una volta i meterologi hanno sbagliato le previsioni. Sole e passaggio di nuvole, l’annuncio per oggi. Invece, eccole, nuvole in abbondanza, tre gradi e fiocchi di neve che planano silenziosi verso di noi. Eppure, nemmeno questo sminuisce la magia dei colori che ci avvolgono. Camminiamo da un’ora su un tappeto multicolore di foglie, che scrocchiano sotto le nostre scarpe, mettendo in allarme tutta la fauna del circondario, temo.
Ci troviamo nel parco nazionale del Mont Tremblant, il monte che trema ad ogni violazione del rispetto per la natura, secondo una leggenda indiana.
Il sentiero in salita conduce alla cima di una collina da cui si domina il lago Monroe. Due ore per la salita, recita l’opuscolo del parco, già, ma non con le nostre frequenti fermate per fotografare quel fungo “così carino”, la roccia impellicciata di muschio, o quelle foglie che sventolano nell’aria gelida.
Ad un tratto, il miracolo! Un raggio di sole, spuntato da chissà dove, illumina come un riflettore un gruppo di aceri. Il regista, da lassù, ha deciso un cambio di scena o sta giocando con le luci. Via i colori pastello, avanti con una sfrontata esplosione di rossi, gialli, arancioni. Le schiarite diventano sempre più ampie. La foresta intorno a noi sembra risvegliarsi. Tutti pronti per lo spettacolo. Richiami di uccelli invisibili, stormire di fronde, il solito scoiattolo che guizza fra le foglie.  Siamo storditi da uno sfolgorio di colori. C’indichiamo a vicenda questo o quell’albero, quel gioco di luci e ombre, la chioma fiammeggiante di un acero che si staglia inverosimile contro uno squarcio d’azzurro. Nessuno vedendo le foto crederà che questi colori siano reali! Ogni pianta sembra voler attrarre la nostra attenzione, e alla fine mi sento sgomento, inadeguato a descrivere con le immagini tanta bellezza. Da anni desideravo vedere con i miei occhi il favoloso autunno del nord America. Ora, sono qui, sulla cima di una collina ad ammirare un paesaggio stupefacente e sento le lacrime salirmi agli occhi, ma forse è solo il freddo. Ci sarà un sindrome di Stendhal anche per la natura?

Cartello stradaleDomenica 11 ottobre – Ottawa

Una brusca frenata, l’auto s’arresta in pochi metri, scomponendosi leggermente sull’asfalto bagnato. Sento la telecamera rotolare giù dal sedile posteriore, ma la mia attenzione è tutta per lo specchietto retrovisore e finalmente lo vedo schizzare via, vivo e vegeto. Dannato, piccolo batuffolo di pelo, ma grazie a dio, salvo!  Uno scoiattolino a strisce. Non  mi sarei mai perdonato d’averlo ucciso, anche se guidavo a sessanta km orari.
Il Canada è un paese enorme, al di là di ogni immaginazione. Percorrendo strade solitarie e interminabili è facile cadere nella tentazione di forzare i tempi. I cartelli che avvertono della possibilità d’incontrare animali che attraversino di colpo la strada, sono talmente frequenti che si tende ad ignorarli, sottovalutazione che può essere fatale. Su questa strada, quest’anno si sono verificati dieci collisioni mortali con alci, avverte un tabellone. Dopo due giorni sento dalla radio che gli incidenti sono saliti a undici. Tre morti, due umani e un’alce.
Un’alce è grande come un cavallo e pesa altrettanto.  Quattrocento cinquanta libbre, mi dice compiaciuto Pierre, cacciatore della costa nord del San Lorenzo. Guardo la carcassa di un alce femmina che occupa tutto il pianale del pick up, un lungo taglio dall’addome fino al collo. La testa penzola fuori dal pianale, il nipotino di Pierre si diverte a scuoterla afferrandola per le orecchie. Da due giorni si è aperta la stagione di caccia all’alce, quella legale, con i fucili, l’altra quella con gli automezzi, è aperta tutto l’anno.
“Mia cognata è morta per avere investito un cervo” mi racconta Luise, manager di un motel. “Lo zoccolo dell’animale che aveva sfondato il parabrezza, l’ha uccisa. Mefièz vous monsieur, (diffidate signore)”
Non ho investito nessun animale durante il viaggio, ma in un solo giorno, dodici volte degli scoiattoli hanno attraversato la mia strada.

Lago-WapizagonkeDomenica 4 ottobre – Correre con le nuvole
Ho sempre avuto, da quando mi ricordi, l’abitudine di guardare il cielo.
Sopratutto mi piace, verso il tramonto, guardare le nuvole navigare verso mete a me sconosciute.
Queste formazioni eteree si muovono in una dimensione diversa, remota e indifferente alle vicende che avvengono qui giù, dove noi esseri umani ci affanniamo tutti i giorni.
Vi è tuttavia un rapporto tutto particolare fra l’essere umano “fotografo” e le nuvole, un odio-amore non corrisposto da queste ultime.
Un cielo azzurro, limpido è l’ideale per un pic nic, ma ha poco carattere dal punto di vista fotografico. Un piccolo gregge di nuvolette dà profondità a un cielo che altrimenti potrebbe apparire banale. A volte tuttavia il rapporto fra il fotografo e le nuvole diventa un gioco a rimpiattino.
Questa è la situazione in cui ci troviamo da diversi giorni. Un occhio alle previsioni del tempo e uno al cielo.
Cercando di giocare d’anticipo per catturare l’attimo spesso fuggente di uno squarcio fra le nuvole, una “percée de soleil”, come dicono da queste parti.
Eccoci quindi a correre con le nuvole, insieme, davanti o all’inseguimento.
Abbiamo attraversato il Labrador in perenne compagnia di uno stuolo di nuvole, a volte discreto, altre incombente, minaccioso, e alla fine possiamo dire che tutto sommato “loro”, le nuvole, ci hanno trattato bene, si sono soltanto divertite un pochino a farci correre.

St,-John-all'albaGiovedì 17 settembre – St. John, una capitale da cartolina

Prendete un porto tascabile, rinchiuso fra colline, una manciata di case dai colori vivaci, qualche chiesa sparsa quà e là, e avrete una città come St. John, la capitale del Newfoundland. E’ l’alba. Quattro gradi, accentuati dalla brezza sottile che risale la collina dall’oceano. Siamo sulla Signal Hill, la collina che fiancheggia l’ingresso angusto, del porto di St. John. Qui venivano esposte le bandiere di segnalazione che comunicavano ai mercanti e alla popolazione in generale, le informazioni sui battelli che si avvicinavano al porto, da cui il nome della collina. Un nome che era anche un destino. Il 12 dicembre 1901, Marconi ricevette il primo segnale radio transatlantico, attraverso un’enorme antenna installata sulla cima dell’altura. Il sito era stato scelto per essere il più vicino all’Europa. Per la storia, il messaggio in codice Morse, consisteva nella lettera S. Guardiamo verso l’Atlantico che splende sotto il sole con un bagliore accecante. Nella stessa direzione, a tremila chilometri di distanza, l’Europa. Dall’altra parte, la città si stende sul pendio di una collina che degrada verso il porto. Nella luce dorata del primo mattino, le case di St. John sfoggiano i loro colori vivaci, che altrove potrebbero apparire pacchiani, ma qui mi ricordano tanto il gioco da costruzioni che avevo da bambino. Solo un particolare appare stonato. La sproporzionata mole del museo, The Rooms, peraltro un ottimo museo, è decisamente fuori scala, tanto da far apparire un fotomontaggio, le foto della città. Sedici chilometri a sud di St, John, Cape Spear inalbera il più anziano faro del Newfoundland.  Abbiamo raggiunto il luogo più ad est del continente nordamericano, e anche del nostro viaggio. Ora, go west boys!

Port-aux-Basques-faroMartedì 15 settembre – Newfoundland (Terranova)

Ci sono luoghi che evocano emozioni e fantasie con il loro solo nome. Quando iniziai a progettare questo viaggio, il mio dito che scorreva sulla carta geografica, aveva indugiato sui contorni del Newfoudland, da noi noto come Terranova. Quest’isola, più grande dell’Italia, con la sua strana forma di mano chiusa, con l’indice alzato, mi attirava come terra di confine. La mia fantasia si raffigurava grandi spazi aperti, coste battute dal vento, dove la vegetazione si rifugia negli anfratti per sopravvivere. Ora eccola qui, davanti ai miei occhi. In una splendida giornata di settembre, posso spaziare con lo sguardo a 360 gradi, dall’alto di una torre di avvistamento incendi, nel Terra Nova national park. A perdita d’occhio: boschi, laghi, fiumi e il mare che s’insinua in cento insenature, cammuffandosi da acqua cheta. Nessun insediamento umano in vista, nessun manufatto, tranne quello in cui ci troviamo, a 40 metri d’altezza, accarezzati dal vento, si fa per dire, compagno immancabile di ogni viaggiatore, in queste lande. Solo due giorni fa, spinti dai venti di coda dell’uragano Danny, avevamo attraversato il golfo di San Lorenzo, per sbarcare a Port aux Basques, nel sud del Newfoundland. L’arrivo era stato in carattere con il luogo. Il sole che aveva accompagnato la traversata, era scomparso dietro una cortina di nebbia. In una luce livida che appiattiva i contorni, era apparsa la costa, rocciosa, nuda, aggredita da un mare schiumante. Le onde esplodevano contro gli scogli, con spruzzi prodigiosi, alti decine di metri, quasi a superare l’altezza del faro, posto a guardia dell’imbocco del porto. Port aux Basques resta comunque un villaggio di pescatori, movimentato dall’arrivo del ferry che collega l’isola con la Nova Scotia. Una volta sbarcati, accolti da una fredda pioggerellina,  ci siamo volti alla nave che sembrava rappresentare il mondo che avevamo lasciato. Il suono della sirena è sembrato un saluto, cui ha fatto eco il suono lugubre del corno da nebbia. Per strada un gruppetto di bambini in  bici, sbracciati e sorridenti, ha fugato l’inquietudine di quest’arrivo.

Lunedì 14 settembre – Un week end con l’uragano

Fra le cose che abbiamo “scoperto” del Canada è la passione per le previsioni meteo. A parte i bollettini meteo delle varie reti d’informazione, esistono dei canali eclusivamente dedicati a questi scopo, che trasmettono 24 ore al giorno notizie relative alle condizioni del tempo nelle varie parti di quest’immenso paese. Se accendete la tv e vi sintonizzate sul canale meteo, vedrete le previsioni relative al luogo dove vi trovate, le condizioni correnti e quelle dei prossimi giorni. Anche noi siamo diventati abituè del canale meteo, sfuttando le informazioni per prendere decisioni in merito al nostro itinerario, così abbiamo scoperto l’esistenza di Bill, un uragano che sembrava qualcosa di remoto e estraneo alla nostra esistenza. Chi poteva immaginare che Bill avrebbe incrociato il nostro cammino, e ci avrebbe raggiunto proprio ad Halifax, la notte del sabato 22 agosto? Ebbene è proprio ciò che è accaduto. Man mano che passavano i giorni, vedevamo la traccia radar dell’enorme e turbinante massa nuvolosa dirigersi diritto sulla Nova Scotia, dove eravamo. Halifax è un’animata città situata al riparo, in un bel porto naturale. Porta d’ingresso per i milioni d’immigrati europei che in Canada hanno trovato accoglienza, e l’opportunità di una nuova vita dignitosa. Il museo del Pier 21 racconta commoventi storie di tante anonime vite. Ci ha particolarmente colpito ascoltare le vicende di alcuni immigrati italiani e vedere alcuni degli umili oggetti che portavano con sè. Proprio ad Halifax abbiamo deciso di attendere Bill, che bisogna riconoscere è arrivato puntuale, facendosi annunciare da venti a raffica, sempre più intensi. che secondo i metereologi, hanno raggiunto punte di 140 Km orari. La mattina della domenica pesanti cortine di pioggia attraversavano in fretta il cortile del nostro motel. Incapaci di restarcene rintanati in camera, abbiamo indossato in nostri indumenti impermeabili e siamo scesi in città.
Un città irriconoscibile, desolatamente vuota, con qualche raro passante, ci giurerei anch’esso turista. Un cartellone pubblicitario divelto volava come un’aquilone a un incrocio. Tombini trasformati in fontane. Sul lungomare, le banchine galleggianti ondeggiavano impazzite, su un mare livido e schiumeggiante. Mi sono ritrovato da solo sul molo a sventolare come una bandiera. Non essendoci altro da fare, abbiamo deciso che era l’occasione giusta per fare… il bucato.

Domenica 30 agosto – St. John, il porto delle nebbie.

St. John, prima città per grandezza, del New Brunswick, giace sulle rive della baia di Fundy, dove un mare inquieto la scopre e la nasconde altrettanto repentinamente, dietro coltri di nebbia, come un amante geloso. La nebbia si arrampica silenziosa e inesorabile lungo i pendii che fiancheggiano il porto, un tempo centro della vita della città. Nelle strade del quartiere storico, file di case ostentano un’opulenza passata, senza nascondere i segni di una decadenza che la crisi economica ha accellerato. Negozi vuoti, uffici vuoti, case in vendita. Qualche raro passante. Dove un tempo si affollavano i velieri che solcavano l’Atlantico carichi di merci, ormeggiano i mercantili per il nuovo business chimico. Irving, questo nome campeggia ovunque, dai distributori di benzina, alle banche, alla raffineria che tiene alta la fiamma del suo bruciatore, allo stabilimento chimico che vomita senza sosta fumi e vapori. Tutto creato da un bottegaio che ha costruito un’impero economico. A un chilometro dal centro, il fiume St. John, scorre proprio sotto lo stabilimento chimico. Qui ci fermiamo più volte per osservare le schermaglie che la corrente del fiume e la forza della marea si scambiano ogni giorno, in un gioco delle parti, invertendo due volte ogni 24 ore il corso dell’acqua. Una  mattina, la sagoma di una nave da crociera sormonta i tetti dei palazzi, ed è come se la città si risvegliasse di colpo. Niente nebbia, cielo azzurro, un’animazione insolita, file di bancarelle spuntate dal nulla, musica acadiana giù al porto. Siete della nave? Ci chiedono spesso, venditori interessati. Alle cinque, un fischio di sirena risuona per tutta la città, chiamando a raccolta il suo gregge di privilegiati. Mentre la nave si muove, la sagoma di un solitario suonatore di cornamusa si staglia sul molo, la sua musica è come un segnale. La nave non è ancora uscita dal porto, ma già un vento freddo riporta la città nella sua dimensione ovattata. Scomparso il cielo azzurro, scomparse le bancarelle, via anche la gente, come comparse di uno spettacolo. Giù il sipario. Mi dico che gli sponsor delle crociere devono avere agganci favolosi da queste parti.

Pino-highland-games Sabato 22  agosto – Scozzesi per un fine settimana

Ritrovarmi nel cuore del New Brunswick, a trascorrere un fine settimana fra uno svolazzare di gonne plissettate, su gambe pelose, non era certo fra le aspettative di questo viaggio. Siamo a Fredericton, capitale in formato ridotto della provincia su detta. Borgo pacioso, non privo di attrattive, adagiato sulle rive sinuose del fiume Saint John. Una manciata di edifici “storici” disposti ordinatamente in una griglia militaresca, una galleria d’arte soprendentemente ricca, in cui troneggia un’opera di Dalì, tranquilli viali in cui file di leziose dimore, raccontano di tempi migliori, sotto la chioma degli aceri. Quando raccontiamo a Helen, l’organizzatrice, che siamo qui per gli Highlanders Games, ci guarda stupita: davvero? Come l’avete saputo? La risposta: internet, la lascia conpiaciuta e aggiunge: sentitevi scozzesi con noi per questo week end. Così eccoci per tre giorni a condividere un tripudio di cornamuse, i discorsi del primo ministro, le gare di forza in cui omaccioni in gonnella lanciano pali telefonici come fossero birilli, tirano sassi grossi come cocomeri, piroettando e sbuffando, con un vorticare di kilts che osservo chiedendomi quanti metri di stoffa siano stati necessari per coprire lombi così imponenti. Le donne non sono da meno, si sfidano nel lancio del martello, una palla da cannone attaccata a un cavo metallico, che vola nell’aria sprofondando nell’erba a due metri da un arbitro stralunato. Comunque, se resta un dubbio su ciò che gli uomini indossano sotto la gonna, non ne ho per quanto riguarda le donne, con visioni a dir poco imbarazzanti, vista la stazza delle stesse. Una piccola folla si aggira fra file di tende, una per ciascun clan, insegne e colori dei kilts esposti come campionari per arredatori. Vi sono  400 variazioni del nome del nostro clan, spiega orgoglioso, John McLean, ammiccando a una foto di Sean Connery, che indossa i colori del clan. Quando la sera, frastornati dalle cornamuse lasciamo il prato della residenza del governatore, siamo salutati come vecchi amici. See you tomorrow!

Sabato 15 agosto – Caccia a Moby Dick.

Un odore di cibo solletica le mie narici. Il marinaio della Mega Nova ha tirato fuori un panino che addenta distrattamente, mentre scruta l’orizzonte. Flash back. Odore di timballo con le polpettine e le uova, che mia madre portava in spiaggia, il giorno di ferragosto. Già, perchè oggi è ferragosto. Siamo al mare, ma di un tipo completamente diverso da quello balneare. Qui, nella baia di Fundy, un’intrusione di acqua fra New Brunswick e Nova Scotia, dove il mare va in altalena, dieci, quattordici metri, secondo le fasi lunari, sù e giù, quattro volte al giorno. Questo rimescolamento di acqua, rimuove dal fondo una massa di nutrienti che innesta una catena alimentare ai cui vertici si trovano anche le balene. -Se volete vedere le balene, andate a Brier Island- ci hanno detto. Ed eccoci qui, al largo di un’isoletta della Nova Scotia, su una barca della Brier Island Whale and Seabird Cruises. Siamo fuori da due ore, ad allungare il collo, in cerca della nostra Moby Dick. Mare piatto, banchi di nebbia che a tratti, riducono il mondo al bianco e nero. Il capitano osserva lo schermo del sonar, mentre il motore borbotta qualcosa sull’acqua. E finalmente! Uno sbuffo d’acqua a 200 metri. Il motore si rianima, mentre la barca si dirige a intercettare la presunta rotta del cetaceo. Un dorso nero, lucido, grande come un autobus, emerge,  s’inarca e scompare. Qualche secondo ed ecco che un muso bitorzoluto ricompare a pochi metri dalla barca, indugia in superficie e respira con uno sbuffo di vapore iridescente. Ebbene posso dirvi che l’alito della balena tradisce una digestione laboriosa. Saranno tutti quei gamberetti di cui s’ingozza, a tonnellate, tutto il giorno. L’incontro ravvicinato non dura più di qualche secondo. Soddisfatta  la sua curiosità, la balena s’inabissa. Come ultimo saluto, la coda sollevata a bandiera, scompare come al rallentatore accompagnata da un ohhhh compiaciuto della ciurma di turisti estasiati. Buon ferragosto, Moby Dick!

Martedì 11 agosto – Galateo canadese

Bam! Sento il rumore e con la coda dell’occhio avverto un movimento brusco. Un ciclista investito di striscio da un auto, capitombola sull’asfalto, seminando intorno il contenuto della borsa che porta a tracolla. La ruota anteriore della bicicletta distorta. Pezzi del telefonino sparsi per terra. Al volante dell’auto una matura signora paonazza in volto. Il ciclista rialzatosi sanguinante, esclama: come ha fatto a non vedermi? Subito dopo si scusa per aver alzato involontariamente la voce. Nessun urlo, meno che mai improperi, solo un’educata conversazione, in attesa dell’ambulanza. Le manifestazioni della cortesia, in Canada, possono assumere aspetti sconcertanti e perfino imbarazzanti, per noi non avvezzi a un tale livello di convivenza civile. Vi avvicinate soltanto al bordo del marciapiede, ed ecco che le macchine in transito si bloccano, facendovi segno di attraversare. Travolti da tanta sollecitudine, vi sentite in dovere di attraversare la strada, anche se magari non ne avevate l’intenzione. State fotografando un edificio o qualunque altra cosa, l’automobilista di turno si ferma, in attesa che scattiate la foto. Guidare in questo paese è un’esercizio di buone maniere. La situazione più incresciosa che vi possa capitare è trovarvi a un incrocio con un’auto da ogni direzione. Tutti si fermano, si guardano, aspettando ognuno che l’altro si decida a passare. Dopo migliaia di chilometri percorsi alla guida, non ho ancora capito a chi spetti la precedenza., perchè la regola cede sempre di fronte alla cortesia.

sule-di-bassano-lovoLunedì 10 agosto  – Isola di Bonaventure – Un condominio per 80.000

Quanti abbiano partecipato a una riunione di condominio, sanno che in certe situazioni, gli esseri umani diano il peggio si sè. Immaginate un condominio in cui vivano a contatto di gomito, ottantamila esseri umani che debbano contendersi uno spazio vitale, per allevarci dei figli e svolgere le funzioni quotidiane. Ebbene, gli uccelli ci riescono, senza troppi conflitti.

Al largo di Percé, nella Gaspésie, sull’isola Bonaventure, vive e prospera la più grande colonia al mondo di sule. Le sule di Bassano sono uccelli marini di taglia considerevole, con un’apertura alare di circa due metri, un piumaggio bianco che sfuma in un elegante color crema sul collo, gli occhi celesti, sottolineati da un tratto scuro, inquietanti se visti di fronte. In una cacofonia di richiami, la colonia vive sul margine di una scogliera battuta dal vento. Li osservo per ore, nei loro rituali di riconoscimento, una sorta di balletto che maschio e femmina compiono quando si ritrovano, dopo la separazione necessaria per alimentarsi, o per portare cibo al piccolo, un mucchietto candido e sgraziato di piume, che occupa lo spazio più vicino al suolo. Al di sopra, torreggiano gli adulti, e ancora più su, nell’aria, tutto un vorticare di decolli e atterraggi. Un traffico da far invidia a un aeroporto internazionale e senza uomini radar a controllarlo. Una corta striscia di terra in pendenza verso il mare è sgombra di uccelli e di nidi. Pista di decollo. A cadenza casuale, le sule si posizionano all’inizio della striscia, fronte al vento, e dopo una breve rincorsa si librano nell’aria turbolenta, che affrontano da piloti consumati. Li seguo con lo sguardo, mentre sento risvegliarsi in me, il sogno di volare.

papavero-azzurro-del-tibet

Lunedì 27 luglio – Jardins de Métis

Se un fiore può crescere dal fango, da una prosaica appendicite, può nascere un giardino? Sembra una domanda surreale, eppure è proprio un attacco d’appendicite, che mette a letto, in modo così disdicevole, Elsie Reford, gentildonna inglese, dedita allo sport, caccia, pesca al salmone, equitazione.  Il medico le consiglia uno stile di vita più tranquillo. Elsie ha ereditato da un facoltoso zio, una grande tenuta sulla riva sud del fiume San Lorenzo. Detto,  fatto, lei digiuna di giardinaggio, a 54 anni progetta un giardino, che diventerà lo scopo della sua vita. Nasce così nel 1926, il nucleo dei Jardins de Métis. Oggi, questa tenuta di 90 ettari perfettamente curati, è una delle mete imprescindibili per chi visiti la Gaspésie. 3000 varietà di piante, alcune rare e inconsuete per questa latitudine, come il papavero azzurro, originario del Tibet, che la tenace Elsie, con l’aiuto di un fedele giardiniere, riuscì a far ambientare in quest’angolo di paradiso. Seduto nel portico della vecchia residenza, spingo il mio sguardo fino al San Lorenzo che scorre immenso, ancora fiume, eppure già mare, qualche decina di metri sotto i giardini. Giornata stupenda, inattesa. Solo un’ora fa, ci siamo letteralmente inzuppati, sotto uno scroscio di pioggia che ci ha sorpresi sulla spiaggia. Con la volubilità caratteristica di questo clima canadese, uno squarcio d’azzurro si è fatto strada nella coltre di nuvole, costringendole a ritirarsi in lontananza a nord, dove s’indovina la riva del fiume.Il tempo cambierà di nuovo. Le nuvole torneranno alla carica, ma per ora sono felice di vederle pascolare lontano, mentre mi godo il sogno di Elsie.

archie-martin-nativo-mikmaqVenerdì 23 luglio – Pow Wow

Sono il primo della famiglia a saper leggere e scrivere, afferma fra l’orgoglio e una triste consapevolezza, Archie Martin, un “indiano d’America”. Il mio nome lo devo ai preti cattolici, dice, mia madre non ha potuto darmi un nome vero, come avrebbe voluto. Archie, è un omone dal faccione burbero ma bonario, della tribù Mi’kmaq, siede dietro un tavolo precario, coperto da mirabilia che farebbero la gioia di qualunque amante delle storie della vecchia frontiera. Fra pelli di castoro, lontra, orso, Archie è sempre pronto a raccontarvi la storia di un coltello da caccia, del suo vecchio fucile, con l’aria di un vecchio trapper (cacciatore di pellicce), malgrado il copricapo di piume. Siamo a Odanak, in occasione del trentesimo Pow Wow, una festa che annualmente riunisce il clan degli Abenaki, uno dei gruppi residui di nativi canadesi, che si sono aggrappati a questo angolo del centro Quebéc, dopo secoli di peregrinazioni fra il territorio canadese e quello statunitense. Queste feste sono le sole occasioni in cui i nativi ostentano orgogliosamente la loro identità, ornati di piume e perline, i volti dipinti, danzano e intonano i canti tradizionali al suono cadenzato dei tamburi. Malgrado l’atmosfera festosa, una vena di nostalgica malinconia fluttua nell’aria, è il canto dei sopravissuti. Questo minuscolo villaggio ospita il solo museo, peraltro splendido, sulla cultura delle prime nazioni, in tutto il Quebéc.

canada-dayMercoledì 14 luglio – Montreal!

Eccola qui, ai piedi del Mont Royal. Siamo saliti al belvedere  sulla collina, una teoria di scalini che pesano sulle gambe. Nella luce del tramonto, la città ci ammicca invitante, attraverso le finestre illuminate dei grattacieli della downtown. In fondo, un interminabile treno merci, scorre pigramente sul ponte che scavalca il fiume. Montreal è un’isola, una metropoli arenata sul fiume. Sul San Lorenzo viaggiano navi, leggende e storie, alcune felici, altre drammatiche. Milioni d’emigranti hanno cercato qui un porto sicuro, un riparo dalle persecuzioni religiose, dalla discriminazione, dalla fame. Molti, tanti italiani, venuti qui con il cappello in mano, per chiedere ospitalità, una speranza per una vita meno ingrata, se non per sè, almeno per i figli. Il due luglio, il Canada Day. Migliaia di persone che sfilano per la città, fra un’ala di folla che sventola festosa, bandierine con la foglia d’acero. Brasiliani, messicani, dominicani, cinesi, coreani, irlandesi, ucraini… C’è un campionario di mezzo mondo che ci passa davanti. Tutti orgogliosi d’essere cittadini canadesi e grati per il paese che li ha accolti, senza discriminazioni. Un signore sorridente mi si avvicina e mi porge una spilletta, con una minuscola bandierina del Canada. Accetto con gratitudine. Ripongo la spilletta con cura. Un ricordo dell’emozione che ho provato davanti a una prova evidente. Si può vivere tutti insieme, diversi ma eguali, e a un tratto, mi sento a casa!

cartolina-montreal

lunedì 13 luglio

Cari amici,
da quando abbiamo lasciato Montreal, è la prima sera che posso collegarmi via internet. Il viaggio sta andando bene. Domani saranno trascorse tre settimane dalla nostra partenza, in altri tempi, questo significava la fine delle ferie, ma ora le cose sono cambiate ed è meraviglioso. Vi accludo due righe che ho scritto nel poco tempo libero. Sembra strano, ma in viaggio, almeno per quanto mi riguarda, non si ha mai abbastanza tempo per fare tutto quello che si vorrebbe. Un sussulto dell’aereo, o forse una sorta di sesto senso, mi scuote dal torpore in cui le lunghe ore di volo mi sprofondano. Guardo dal finestrino. Una monotona coltre di nuvole sotto di noi. Mi sporgo a guardare più in giù, ed ecco uno squarcio nelle nuvolaglia, una macchia scura, l’oceano, guardo meglio. Piccoli punti bianchi sulla superficie del mare. Spume sulla cresta delle onde? No. Siamo troppo in alto. Iceberg! Stuzzicato dalla visione, resto con il naso incollato al finestrino, e dopo qualche secondo, la costa. Do un’occhiata alla mappa di navigazione, sullo schermo davanti a me. Stiamo sorvolando la costa del Labrador, proprio all’imboccatura della Goose Bay, dove arriveremo via mare, non so quando, forse fra due mesi. La terra inospitale, svelata dal cielo sempre più sgombro, appare spoglia e desolata, con tracce di accumuli di neve quà e là, malgrado sia la fine di giugno.   Man mano, ci avviciniamo alla costa nord del fiume san Lorenzo. Un enorme estuario, dove il mare e il fiume s’incontrano, si mescolano, fino a diventare indistinguibili. Malgrado il cielo terso, s’indovina soltanto, nella foschia azzurrina, la riva sud. Per due ore sorvoliamo il fiume in direzione di Montreal, la nostra destinazione. Dovranno trascorrere quattro mesi, prima di rifare questa rotta a ritroso. Mi chiedo quale bagaglio di esperienze e di ricordi, riporteremo con noi da questo viaggio che ora appare pieno di promesse. E’ ora d’allacciare la cintura. Un rapido scorrere del paesaggio e stiamo già rullando sulla pista. Dopo tanti anni di viaggi, provo ancora l’emozione dello sbarco. Il portello si apre. Benvenuti in Canada!

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4 Comments
  1. Anna Maspero
    Rispondi

    A.M.

    13/07/2009

    Carissimi, tre settimane?? Come è diverso il tempo per chi rimane e per chi viaggia… Quanto avrete già visto, quanta natura attraversata, gente incontrata… fateci sognare un poco… aspettiamo i vostri racconti, un abbraccio, Anna

  2. Rispondi

    Rosanna

    31/07/2009

    Carissimi,
    grazie per queste parcelle di vita, divagazioni preziose per chi resta al lavoro.
    Un bacio parigino
    Rosanna

  3. Anna Maspero
    Rispondi

    A.M.

    26/10/2009

    caro Pino, so per certo che ben più di un paio di persone hanno letto, apprezzato e invidiato i tuoi racconti, ma sono sempre tutti un po’ timorosi nello scrivere commenti. O forse siamo semplicemnte tutti di fretta e non riusciamo ad arrivare ovunque.
    Bellissimo quest’ultimo post da Montreal. Toccanti le parole per Lidia. Sei fortunato. Lo siete entrambi. Ma la fortuna la si costruisce tu dirai…
    Allora adesso arrivederci a presto, dobbiamo approfittare dei vostri periodi stanziali che mi par di capire non saranno ne lunghi ne molti…

  4. Rispondi

    Dima

    28/10/2009

    Pino e Lidia bentornati! lo so è una cosa che non vi fa proprio piacere sentire, cari nomadi!
    grazie per aver voluto condividere con noi la vostra bella esperienza e i vostri commenti sempre originali. E’ stato un po’ come viaggiare con voi. Dima

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ANNA MASPERO
Como, IT

Ho insegnato inglese, piantato alberi, letto molto e molto viaggiato. Non ho mai smesso di cercare e di pormi domande e sono certa che molte risposte stiano nel viaggio e nei libri. Ho scritto due libri sul viaggio: “A come Avventura, Saggi sull’arte del viaggiare” e “Il Mondo nelle Mani, Divagazioni sul viaggiare”, sono autrice della guida Bolivia e della guida Colombia, tutti editi da Polaris. Collaboro con diverse riviste fra cui LatitudesLife ed Erodoto108. Quando non sono in giro per il mondo, mi trovate nella mia fattoria in Brianza e naturalmente sempre sul mio blog.


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