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26/02/2010

L’America, gli USA intendo, è stata la mia vera iniziazione al viaggio, il superamento della mia piccola “frontiera” personale. Era il 1982. Giovane e sprovveduta, armata soltanto di una mappa e con le idee piuttosto confuse di fronte alla vastità del suo territorio, per mesi mi sono persa lungo le sue strade blu in una sorta di “road movie”, sola sui mitici Greyhound o con compagni occasionali in auto prese a nolo, incerta se farmi catturare dalle città rivolte al futuro o dalla natura primitiva. Mi spingeva la voglia di scoperta e di libertà, il bisogno di fare esperienza di nuovi spazi e di allargare i miei confini interiori.
Dopo l’indigestione di quel primo lungo e indimenticabile viaggio, sono tornata molte altre volte negli States, privilegiandone aree più ristrette. Ma è stata quella prima volta a farmi sviluppare gli anticorpi verso un atteggiamento di antiamericanismo così diffuso nella mia generazione, originato dall’ostilità verso la politica estera statunitense ma poi rivolto verso l’intero paese e il modello di vita “american style”.
In realtà l’America ce la portiamo dentro tutti perché i suoi film e la sua musica sono stati e sono le colonne sonore della nostra vita e di molto del nostro immaginario. Ci è così familiare che anche se ci si va per la prima volta, si prova la strana sensazione di esserci già stati. Talvolta sembra addirittura di trovarsi su di un set cinematografico con noi per protagonisti. Così per sentirsi un po’ John Wayne ci si può far fotografare a cavallo nella Monument Valley, ma se questa è una finzione, la grandiosa bellezza della natura degli States è invece reale e stupefacente. Davanti a questa natura antica, anche noi europei, orgogliosi del nostro passato, capiamo di essere solo una breve parentesi nella storia della terra. Una natura forte e smisurata quella americana e non relegata a poche isole circondate da un continuum di città, come nel vecchio continente. E’ la stessa impressione di grandezza che si prova anche nelle metropoli americane, dove il turista europeo vaga disorientato dalle enormi distanze alla ricerca di un centro, di quel cuore antico connaturato ai suoi geni. Lì tutto è superlativo, da record dei primati, fin la gente stessa sembra avere dimensioni rapportate alla grandezza del paese.
Difficile raccontare l’America, perché è un paese eterogeneo e multirazziale, fatto da deserti selvaggi e architetture avveniristiche, natura e artificio, convinzioni creazioniste e fede assoluta nella scienza e nella tecnica, miseria da terzo mondo e ostentazione di ricchezza, emarginazione ed efficienza, case dall’apparenza precaria e ville miliardarie…
Ciò che ne fa una nazione è il forte senso di appartenenza, il sentimento patriottico che si fa concreto nel culto tributato alla bandiera americana e che riesce a unire bianchi, neri, ispanici e orientali, gruppi che per il resto continuano a formare comunità separate. L’America vista da vicino sembra un’idea, una proiezione mentale più che una realtà.
Viaggiare negli States è come guardarsi in uno specchio che riflette quel forse che saremo. Alla fine torniamo con molte domande su di loro e qualche risposta su di noi, ma soprattutto con la consapevolezza, come scriveva Magris nel suo “L’infinito viaggiare”, che anche se abbiamo verso gli Stati Uniti un atteggiamento di ambivalenza, “nel bene e nel male con questo continente bisogna fare i conti per comprendere la nostra realtà”.
Come consigli di lettura due diversi sguardi sugli Stati Uniti: uno dal di dentro, William Least-Heat Moon “Strade blu” e uno dal di fuori, Bernard-Henri Lévy “American Vertigo”.

A.M.

Pubblicato su il reporter

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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