on
08/10/2010

Lo scorso weekend al Festival della Letteratura di Viaggio a Roma, si è molto parlato di cammino e di viaggio lento, addirittura a chilometri zero… Se poi è il direttore del National Geographic Italia a sostenere che “non c’è bisogno di cercare il diverso lontano, perché è intorno a noi”, non si può non fermarsi a riflettere! Viaggiare slow è una sfida in un mondo accelerato e in un’epoca “quantitativa”, dove tutto si misura in denaro e, nel viaggio, anche in chilometri, come raccontava al numerosissimo pubblico il filosofo Umberto Galimberti. Certo è anche una moda, ma di quelle che fanno bene al corpo e all’anima. Una buona occasione dunque per riprendere alcuni spunti di riflessione sul camminare…

“Homo viator” è il viandante, colui che percorre la strada. Per molte culture esso rappresenta l’essenza stessa dell’uomo. Così, se nella concezione giudaico-cristiana il peregrinare sulla terra è il destino che ci è toccato in sorte con la cacciata dal Paradiso Terrestre, fra gli aborigeni australiani, come fra tutte le popolazioni nomadi e non solo, il movimento è considerato parte della natura dell’uomo. Bruce Chatwin ci racconta che in tibetano la definizione di essere umano è “a-Gro ba”, e cioè viandante, chi fa migrazioni. Analogamente, un “arab” (o beduino) è un abitatore di tende. L’Occidente ha però dimenticato questo tratto distintivo e il mondo si è diviso in due anche rispetto ai mezzi di locomozione: da una parte i paesi poveri, dove la gente sembra essere costantemente in cammino, dall’altra i paesi ricchi, dove siamo sempre semplicemente “di corsa”, anche se raramente questo concetto ha a che fare con l’uso delle gambe. Nel cosiddetto Sud del mondo, non si è mai smesso di andare a piedi. Le donne africane dirette ai mercati e ai pozzi, i drammatici esodi biblici dei profughi da paesi travolti da guerre e carestie, l’erranza dolorosa degli emigranti, gli ultimi nomadi Tamashek che ancora percorrono il deserto, i solitari sanyâsi indu, che, giunti all’ultimo stadio dell’esistenza, si spogliano di tutto, lasciano casa, affetti e doveri sociali per divenire mendicanti e coltivare lo spirito alla ricerca della liberazione definitiva dal ciclo delle rinascite. Nei paesi sviluppati, disponiamo di mezzi di locomozione, sempre più veloci, che ci permettono spostamenti rapidi, in apparenza annullando le distanze, in realtà modificando la nostra percezione dei luoghi attraversati e allontanandoci sempre più dal mondo che ci circonda: i paesaggi scorrono veloci, le immagini e i volti si accavallano, le sensazioni si comprimono e la mente diviene incapace di assimilare tutta la ricchezza e la varietà del reale. E, per un meccanismo perverso, la velocità sembra essere inversamente proporzionale anche al tempo a nostra disposizione. Se il camminare è sparito dal nostro quotidiano, è però riapparso nel tempo libero, praticato soprattutto come sport, ma anche come scelta consapevole per riscoprire un modo antico di viaggiare. È il caso del pellegrinaggio moderno, spesso laico, anche quando ripercorre gli antichi sentieri di fede che portavano ai grandi luoghi sacri della cristianità, Gerusalemme, Roma, Canterbury e Santiago de Compostela.

Erri de Luca ha scritto una bellissima poesia che si intitola “Elogio dei piedi”. Ho da poco avuto modo di riascoltarla nell’intenso spettacolo “Che storia è questa” che sta portando in giro per l’Italia insieme a Gianmaria Testa. Elogio dei piedi “Perché reggono l’intero peso… Perché portano via… Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali… Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio… Perché sono allegri e sanno ballare … Perché non sanno accusare e non impugnano armi…”

Ed è proprio così. Anche i viaggi che prevedono i più svariati mezzi di locomozione – aerei e barche, fuoristrada e minibus – non possono però prescindere dal mezzo più semplice e naturale, i nostri piedi.

Il camminare, che è insieme fatica e piacere, restituisce peso e significato all’andare, cambiando la percezione dello spazio, del tempo e della gente, con il beneficio aggiunto di un benessere fisico e mentale. Si ritrova così il gusto dell’attraversare i luoghi senza aver fretta di giungere a destinazione. Camminando, il tempo trascorre lento al ritmo dei nostri passi e il mondo si svela nei suoi dettagli. Camminando, l’intero nostro corpo diviene protagonista, tutti i sensi sono attivati e non, come quando andiamo veloci, la sola vista. I piedi sentono le asperità del terreno e la morbidezza dell’erba, le mani si attaccano alle sporgenze della roccia, i suoni della natura ci avvolgono, gli odori si acuiscono e la mente è libera di seguire il flusso dei pensieri. Come accade nel “walkabout” degli aborigeni australiani che ripercorrono cantando i sentieri degli antenati creatori per tenerli in vita, anche il viandante stringe un legame ideale con chi l’ha preceduto e con la terra stessa, perché, come recita un antico detto aymara, “la terra ricorda”.

Ancor più quando viaggiamo in paesi poveri, lo spostarsi a piedi cambia completamente la percezione del viaggio. L’industria turistica, offrendo pacchetti tutto compreso, cerca di eliminare gl’imprevisti e la necessità di rapportarsi alla gente del posto, a eccezione del personale dell’albergo o della guida. Quando camminiamo, privi del guscio protettivo dei nostri fuoristrada e con un bagaglio limitato allo stretto indispensabile, anche se rimaniamo inevitabilmente dei turisti in viaggio di piacere, torniamo a essere persone accessibili e non alieni equipaggiati con le ultime diavolerie tecnologiche. Lungo il cammino le cose accadono, la gente si incontra, le storie si intrecciano, i pregiudizi cadono e gli scambi avvengono su di un piano di maggior parità a beneficio della spontaneità. È così possibile riscoprire non solo il piacere dell’incontro, ma anche quello della solidarietà e della condivisione, ritrovando quel senso di ospitalità tradizionalmente centrale nell’esperienza del viaggio e ancora vivo proprio fra chi meno possiede, mentre nella nostra società è stato sostituito dalla diffidenza reciproca e da rapporti basati sul dare-avere. Saggiamente le ultime parole del Buddha ai suoi discepoli sono state: “Continuate a camminare”.

A tutti, buona strada!

Per approfondire: David le Breton, “Il Mondo a Piedi, Elogio della marcia”, Feltrinelli Traveller 2001.

(Parte del testo è tratta dal mio libro “A come Avventura, Saggi sull’arte del Viaggiare”)

Pubblicato su il reporter 

TAGS
RELATED POSTS
ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


I MIEI LIBRI