Racconti di Viaggio

India: Orissa, l’India tribale

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12/09/2010

La magia di un angolo di Africa tribale nell’affascinante paesaggio della campagna indiana 

Di Anna Maspero Da Marcopolo Guida Viaggi N.5 / 1999
Dopo diversi viaggi in India e tante letture, pensavo di avere almeno un quadro d’insieme del complesso mosaico di popolazioni, lingue, caste e religioni che la compongono. Ma il viaggio in Orissa ha aperto una finestra su un’India tribale di cui avevo a lungo ignorato l’esistenza.
Infatti in genere si identifica l’India con la grande tradizione ariana che ha dato al Paese l’attuale impronta e la religione induista, eppure il 7% degli indiani e ¼ della popolazione dell’Orissa appartengono o originano da popolazioni tribali precedenti all’arrivo degli Ari, risalente a 3000 anni fa. Il viaggio si articola in due percorsi ad anello. Il primo tocca i vertici del “triangolo sacro”: Bhubaneswar, con i suoi innumerevoli templi, Konarak, con la sua Pagoda Nera coperta di sculture erotiche e la città sacra di Puri. Il secondo è dedicato alla scoperta dell’India rurale e di quella tribale, in un passaggio senza soluzione di continuità dalle tribù più legate alla loro identità etnica a quelle in via di integrazione, da quelle ormai induizzate fino alla popolazione indù vera e propria. E’ un’India poco popolata e poco trafficata, fatta di villaggi fermi nel tempo, di attività agricole svolte con metodi arcaici, di una povertà ingentilita dai colori e dai sorrisi della gente. Mi torna in mente una frase di un grande scrittore-viaggiatore, Piero Scanziani: “…il mistero dell’India non è la fame, è la gioia…”. Durante il viaggio non v’è un attimo di noia, con la continua tentazione di fermarsi per catturare con l’obiettivo, o registrare nel proprio “album mentale” dei ricordi, quadri di vita e paesaggi di incredibile fascino: il susseguirsi delle linee geometriche delle risaie, i filari di maestosi alberi di mango, le macchie dei fiori rossi degli alberi di similpal, i carri che si muovono al passo lento dei bufali, i pastori con le loro mandrie…A piedi si percorrono invece i sentieri che si snodano fra le brulle colline rossastre o sotto le antiche foreste, alla ricerca dei villaggi dove sono ancora vive le tradizioni tribali. Non ci sono sicurezze circa l’origine di queste popolazioni: certamente appartengono a gruppi diversi per provenienza, caratteristiche fisiche e ceppi linguistici (protoaustraloidi, austroasiatici, dravidici), ma in genere sono tutti di corporatura esile, pelle scura e capelli crespi e sono i discendenti degli abitanti originari dell’India. Nomadi o stanziali, vivendo di caccia, raccolta o praticando un’agricoltura migrante, spesso basata sul cosiddetto “taglia e brucia”, hanno rifiutato l’integrazione per millenni, pur esercitando un interscambio con le popolazioni indù, che ha portato ad influenze reciproche e ad una lenta assimilazione di alcuni gruppi. Ma se alcune tribù sono state ormai trasformate linguisticamente e culturalmente, altre sono rimaste più isolate e sono riuscite a mantenere i propri valori e le antiche tradizioni. Le popolazioni tribali sono comunità con forte senso di appartenenza o di ‘clan’, dedite a culti animisti, con precisi rituali e tabù. Generalmente mangiano carne, amano l’alcol e praticano un’economia di sussistenza coltivando il terreno con tecniche primitive. Non sempre danno il giusto valore al denaro e spesso i mercanti indù ne approfittano, facendo loro prestiti con tassi da usura. Al centro dei loro villaggi, costituiti in genere da due file di case di fango che si fronteggiano, vi è l’altare della Madre Terra, o un totem del clan, o dei megaliti eretti in ricordo degli antenati. Si tratta di una società patriarcale, basata su criteri di uguaglianza e non divisa in caste; la donna gode di una certa autonomia e indipendenza e la sessualità è piuttosto libera, soprattutto per quel che concerne i rapporti prematrimoniali. A differenza della società indù, la scelta del coniuge è basata su criteri di reciproca attrazione, ed essa avviene all’interno della tribù, ma fra clan/villaggi diversi. Ogni gruppo tribale è in genere diviso in vari raggruppamenti con livelli diversi di integrazione. I Desia Kondh, con le donne dai volti tatuati per rassomigliare ad una tigre, hanno ormai perso la loro identità tribale. Più legati alle tradizioni sono i Kutia Kondh e soprattutto i Dongaria Kondh: fino a non molto tempo fa sopravviveva fra loro il rito cruento del sacrificio umano, oggi sostituito da quello di un bufalo. Vige fra loro, come anche fra i Bonda, l’istituzione dei dormitori, per una sorta di iniziazione sessuale improntata ad una estrema libertà. Anche i Gadaba sono divisi in base al livello di integrazione in Parenga, Ollar e Boro Gadaba. I Bonda, ridotti a soli 1.500, sono una tribù fra le meno integrate, ed hanno un carattere estremamente suscettibile; spesso gli uomini, sotto l’effetto dell’alcol, non esitano ad usare arco e frecce a scopo aggressivo. I Koyas hanno mantenuto danze rituali, in particolare in occasione del plenilunio, ma danze e musica sono un passatempo comune a tutte le tribù, e durante la notte antichi canti accompagnati dal rullo dei tamburi rompono il silenzio per tenere lontani gli animali selvatici dai campi coltivati. E’ un viaggio che affascinerà sia chi soffre di ‘mal d’Africa’ che chi non sa resistere alla magia dell’Oriente; è davvero un’altrove, e “solo l’altrove vale il viaggio”, come ha recentemente scritto Lidia Ravera dell’India. 

 

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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