Racconti di Viaggio

Au revoir, Madagascar!

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28/08/2012

Qui non si vive solo per vivere,
Qui non si vive solo per morire,
Ma qui si muore solo per vivere.
(Maurizio Maggiani, Il viaggiatore notturno)

Mi aspettavo un viaggio sostanzialmente naturalistico, e la natura è stata davvero protagonista. Il Madagascar dista 400 km da quell’Africa da cui si è allontanato 165 milioni di anni fa, ma è lontano anche dall’Asia, senza neppure una corrente marina che lo unisca al continente, come accade invece per le Galapagos. Grazie a questo isolamento, l’85% della flora e della fauna sono endemiche e sono sopravvissute specie appartenenti alla storia del regno animale e vegetale, come i lemuri (ben 30 specie!), antenati delle scimmie e quindi in un certo senso anche nostri progenitori.

Le riserve private, regalano il piacere di avvicinare gli animali in un ambiente comunque naturale, i parchi l’emozione di scoprili fra le fronde degli alberi e di osservarli a distanza allo stato libero. L’uomo (soprattutto indo-malesi) è arrivato qui solo 1500 anni fa, cambiando quasi completamente i connotati di questa terra antica. Oggi ci vivono 11 milioni di persone (e altrettanti di zebù). Nelle aree protette sopravvivono fazzoletti di terra vergine che ci raccontano com’era quel mondo prima dell’arrivo dell’uomo, ma la vegetazione originaria è stata distrutta per i 4/5 causando la laterizzazione del suolo. Più che “un’isola rossa”, il Madagascar è però una terra verdissima di risaie, con le terrazze coltivate che ricoprono e danno forma al paesaggio, regalando all’occhio scorci di assoluta bellezza. Alla dolcezza della natura corrisponde quella della popolazione, la vera sorpresa del viaggio. Ogni sosta era un’occasione di incontro e spesso di festa. Grazie al francese, anche se elementare, la comunicazione passava. La povertà è diffusa, il mezzo di locomozione più comune sono i carretti trainati da zebù, fra i bimbi nelle campagne le scarpe sono un’eccezione e la gente si ripara del freddo con una specie di tovaglia addobbata a modo di mantello. Tutti sono però sempre pronti al sorriso, curiosi, ospitali, e per nulla aggressivi o invadenti verso i vazaha, gli stranieri, anche se turisti. E’ un’Africa che si tinge dei colori e della dolcezza dell’Oriente. Nei tratti somatici e nei costumi vi è una rara mescolanza di caratteristiche asiatiche e africane. Africani sono il colore della pelle e la grande importanza in termini di status sociale attribuita all’allevamento degli zebù. Dall’Oriente vengono le risaie a terrazze, i risciò o “pousse pousse”, i negozi e i commerci gestiti da indiani e cinesi e le piroghe a bilanciere. Da entrambe le culture la devozione per gli antenati e la grande importanza attribuita alla morte come evento centrale della vita. E poi ci sono le influenze europee, la lingua francese, le chiese protestanti e cattoliche e le baguette… ma la popolazione, anche se in parte cristianizzata, è rimasta fedele alle tradizioni e alle credenze originarie, spesso mescolando le diverse culture in un interessante sincretismo, che qualcuno potrebbe banalmente liquidare come superstizione, ma che è forse l’aspetto più interessante di questo paese così diverso da tutto. Un altrove come è sempre più raro incontrare.
Au revoir Madagascar! E grazie ai miei compagni di viaggio, sempre motivati, sereni e solidali!
A.M.

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1 Comment
  1. Rispondi

    Mirindra

    08/10/2010

    Molto bello questo spaccato di vita malgascia, che nasconde con tatto il lato più crudo di quest’isola… C’è un sito sul Madagascar, che curo e che potrebbe essere utile a chi è interessato ad una vacanza. Lo segnalo di seguito:
    http://www.viaggi-madagascar.com/

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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