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03/07/2009

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.”  ( Dalla relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani, Ottobre 1912)

Mio nonno era uno di loro, un italiano che aveva fatto solo la terza elementare, un contadino emigrato, partito da Genova con un biglietto di terza classe e tornato in Italia dopo aver fatto fortuna. In paese lo chiamavano “Mericàn”… Nella foto c’è il baule che ancora custodisco con amore, con cui tornò dal Perù.

Italia, nemmeno 100 anni dopo: “…con 157 voti a favore, 124 contrari e 3 astenuti l’Aula, nella seduta di giovedì 2 luglio, ha dato il via libera definitivo al ddl 733-B recante “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” sul quale il Governo aveva posto la questione di fiducia…” Non ci sono soluzioni facili a un problema complesso e tragico come quello dell’emigrazione. Non possiamo però risolverlo semplicemente rimandando i clandestini al mittente, o meglio quelli sopravvissuti al viaggio per raggiungere le nostre agognate coste. Dopo aver letto e aver pianto leggendo Bilal di Fabrizio Gatti non posso far finta di niente. Ma anche le poche righe della relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso americano sono un bel pugno allo stomaco per chi preferisce non ricordare.

A.M.

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3 Comments
  1. Rispondi

    Italo

    04/07/2009

    Non sono figlio e nipote di clandestini perchè il Paese dove sono nato accoglieva tutti…….

  2. Rispondi

    olivia

    06/07/2009

    sono pro-nipote di clandestini anch’io. i miei bisnonni emigrarono in America e la mia nonna portò per tutta la vita il nome Annie, versione americana di Anna. le quarantene, le discriminazioni, i dubbi sui quozienti intellettivi ( perchè non si conosceva la lingua inglese)fanno parte della storia della mia famiglia e, proprio per questo sono sempre stata fiera di essere italiana e della dignità che la vita dei miei bisnonni mi ha trasmesso….fino a qualche giorno fa. i corsi e i ricorsi della storia non sono una novità. ma desidererei andare avanti non tornare indietro. vorrei poter guardare con occhi sinceri “gli altri”, vorrei gridare forte che quella dignità che mi ha accompagnato per 58 anni è esattamente la stessa dignità di chi approda sulle sponde di Lampedusa o muore nelle sue acque. Questo decreto legge ci renderà solo più deboli, timorosi, chiusi in noi stessi e stupidamente convinti di esserci protetti. Invece abbiamo solo scritto un altro pezzo di storia di cui vergognarci.

  3. Rispondi

    Giampiero

    06/07/2009

    Sì ci siamo dimenticati i nostri emigranti, ora facciamo la parte del civile paese del nord Europa!?
    Ma davvero i nostri governanti pensano sia possibile arginare il problema dell’emigrazione con divieti e fogli di via? La gente scappa dalla fame se non cambiamo le disparità esistenti nel nostro pianeta non risolveremo mai niente!

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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