*** (VIP: VeryImportantPost) Il Senso del Viaggio

Nostalgia dello spazio, nostalgia del tempo

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17/01/2009

Pubblicato su il reporter : Nostalgia del tempo – Nostalgia dello spazio

Nostalgia è un nome plurale. O meglio, andrebbe declinata sempre al plurale, perché è almeno duplice: c’è la nostalgia dello spazio, come amava definirla Chatwin, e c’è la nostalgia del tempo. La prima è in genere nostalgia di casa, tanto che il termine deriva proprio dal greco “nostos” (ritorno) e “algìa” (dolore). Voglia di tornare o di tornare a casa, “homesickness”, come con ancora maggior chiarezza dicono gl’inglesi. Ma se in viaggio abbiamo nostalgia di casa, al rientro siamo invece spesso catturati dalla nostalgia della strada percorsa e di quella che vorremmo percorrere, dei luoghi e delle persone avvicinati, dal desiderio di nuove terre e nuovi orizzonti. E’ la crisi del rientro, quando ci si sente come stranieri a casa propria e subito si sogna una nuova partenza. Pur legati a luoghi e affetti, lavoro e doveri sociali, sentiamo il nostro microcosmo troppo stretto. Gl’innamorati del continente nero la chiamano “mal d’Africa”, oggi potremmo più genericamente chiamarla “mal di viaggio”. Per qualcuno può diventare una vera patologia, “la grande malattia dell’orrore per il domicilio” secondo Baudelaire. Lo stesso male di cui soffre l’Ulisse dantesco, eroe nostalgico e curioso: superate ogni genere d’insidie per tornare a Itaca dalla moglie e dal figlio, si accorge che questa meta agognata e sofferta non è l’approdo definitivo, ma una semplice tappa del suo viaggio e così riparte per avventurarsi oltre le Colonne d’Ercole.

Eppure il viaggio è capace di riconciliare e riequilibrare queste opposte spinte emotive. Senso di appartenenza e ansia di libertà, desiderio di casa e voglia di fuga, qui e altrove, sono tutte dicotomie necessarie che si ricompongono nel carattere circolare del viaggio.

“Gli uomini devono partire, per avere la possibilità di ritornare”, scrive Coelho nell’Alchimista. E infatti partiamo sempre con un biglietto di ritorno in tasca. Partiamo perché siamo certi di tornare, o di poterlo fare. Anche se non è così per tutti. Tendiamo a dimenticarcene, ma forse l’unica vera nostalgia di casa è quella degli emigrati, degli esuli e dei fuggiaschi. I nostri viaggi invece descrivono una circonferenza dove partenza e arrivo, alla fine, coincidono. È così per noi possibile perseguire entrambe le tensioni e stabilire fra loro un rapporto vivificante, evitando che un nomadismo protratto ci faccia alla fine sentire sempre stranieri sia qui come altrove. Ritornare permette di scoprire che il nostro piccolo mondo racchiude un pezzo d’infinito. Viaggiare ci rivela che l’infinito ha molti modi di manifestarsi e il nostro mondo è uno dei tanti possibili. L’importante è mantenere anche a casa le capacità percettive del viaggio e vivere anche la quotidianità con quella leggerezza che solo il distacco offerto dalla lontananza concede.

Il movimento del viaggio non racchiude però soltanto il concetto di spazio, del qui e dell’altrove, ma anche quello di tempo, del prima e del dopo. Perché se si può tornare in uno stesso luogo, “non si dà mai il caso che nella vita qualcuno possa rivedere lo stesso panorama due volte”, come ha scritto la grande esploratrice Freya Stark. E’ la “nostalgia del tempo”, spesso elusiva e difficile da accettare. Una “malattia” per cui non c’è cura, perché, se è comunque possibile ritornare in un luogo, non è possibile fare scorrere all’indietro le lancette dell’orologio. L’uomo ha nostalgia di ciò che non è più. E desiderio di ciò che non è stato o che non sarà mai.

La nostalgia del tempo è soprattutto quella delle origini, quella che insegue il passato di ciascuno di noi e del mondo.

È il rimpianto della magia del primo amore e del primo viaggio. E’ l’emozione irripetibile del primo sguardo sull’altro e del primo incontro con una terra che ci era ancora sconosciuta. Una nostalgia cui è difficile resistere, perché, grazie a un umanissimo processo di rimozione, ha il grande potere di rendere tutto perfetto nel ricordo.

Nostalgia del tempo è anche la tristezza del ritorno nei luoghi che più ci hanno affascinato e lo scoprirli irrimediabilmente feriti. E’ il rimpianto di piste di terra e di case senza parabole televisive, di paesaggi e culture perduti per sempre: la cittadella di Bam tornata sabbia, i monasteri del Tibet, la vecchia Bangkok, l’Africa dei primi esploratori e, non ultima, anche l’Italia prima del boom economico. Vorremmo che l’altrove rispecchiasse il nostro sogno dell’Eden perduto. Vorremmo salvare, o almeno essere testimoni, di quel che ancora sopravvive della fragile bellezza di un mondo sempre più minacciato. Questa nostalgia di culture autentiche e di luoghi intatti, è però infida, perché, se diventa la sostanza del nostro viaggio, rischia di trasformarsi in una sorta di malinconico snobismo che ci rende incapaci di capire e accettare un presente fatto di contaminazioni, anche feconde e non necessariamente da esorcizzare, e comunque materia di cui è fatta la storia nel suo continuo divenire.

La nostalgia del futuro è invece una leggera inquietudine che ci assale quando percepiamo la nostra provvisorietà, pensando a un evento come il passaggio di una cometa ad esempio, previsto in una data in cui presumibilmente non potremo esserne testimoni.

La nostalgia più pericolosa è però quella del presente. Nostalgia dell’attimo fuggente. Tutto succede una sola volta e non si ripete più, se ne va per sempre: se ci riflettiamo, rischiamo di perdere anche la gioia dei momenti belli. La vita è un viaggio, ma questa volta con un biglietto di sola andata. Un biglietto a tempo. Come il Piccolo Principe, possiamo solo considerarci in visita sulla terra. Si sale in carrozza, si può cambiare vagone o treno, viaggiare in prima classe e scendere per una sosta, ma non si conosce la stazione dove la nostra corsa avrà termine. E non è previsto un ritorno.

Come riconciliarci allora con lo scorrere del tempo? Se la nostalgia dello spazio si ricompone nella circolarità del viaggio, quella del tempo può ricomporsi solo nell’unità dell’io, perché l’io è in fondo il solo luogo cui apparteniamo davvero. L’io è fatto di passato, di presente e di quel futuro che ci è dato in sorte. Mi piace pensare che l’io sia il frutto della terra cui apparteniamo ma anche delle strade che percorriamo, in senso metaforico e reale. Questa presa di coscienza della nostra unicità diventa allora l’inizio di un nuovo appassionante viaggio, quello con se stessi alla scoperta dell’altro.

A.M.

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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