Il Senso del Viaggio

Parliamone….

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10/04/2010

“Conoscere una sola lingua, un solo costume, conoscere una sola logica, è prigione”, scriveva il poeta camerunense Njock Ngana. E mai come in un viaggio in paesi stranieri ci si sente prigionieri della propria lingua, si percepisce appieno la frustrazione di non poter comunicare appieno con l’altro attraverso lo strumento più umano che ci sia, la voce che si fa linguaggio.
Anche se si dispone di una lingua internazionale come l’inglese, anche se la comunicazione di sopravvivenza comunque può passare attraverso semplici segni e gesti, è in viaggio che frustrazione e difficoltà di comunicare ci fanno percepire appieno la forza della parola, chiave capace di aprire porte reali e metaforiche per avvicinare persone e culture altre.

Potremmo parafrasare il verso di Ngana scrivendo “Conoscere una sola lingua è prigione perché significa conoscere un solo costume e una sola logica”. La lingua infatti non è solo comunicazione, strumento comunque preziosissimo per stabilire un rapporto fra le persone. E’ anche identità, visto che è attraverso la lingua, i dialetti o le semplici inflessioni e accenti che definiamo le reciproche appartenenze. Ma soprattutto la lingua corrisponde a un modo di pensare il mondo, anzi rappresenta il mondo stesso, che è percepito, prende forma, in definitiva esiste, soltanto quando abbiamo parole per definirlo. Ogni popolo ha elaborato un vocabolario ricco e diverso per raccontare il proprio mondo. Così per la sabbia o la neve noi abitanti di aree temperate e urbanizzate non abbiamo la varietà dei vocaboli e le decine di sfumature di significato di cui dispongono le culture del deserto o quelle artiche. Se non possediamo un vocabolo per esprimere un concetto o un sentimento o per descrivere un oggetto, questi si confondono con qualcosa di similare e di fatto perdono la consistenza del reale.
Forse non è un caso che nel Vangelo secondo Giovanni sia scritto che Dio è il Verbo e che dal Verbo trae origine tutto il creato. Così come la genesi secondo gli aborigeni australiani narra che durante il Tempo del Sogno degli dei con sembianze umane hanno percorso la terra cantando e dando un nome alle cose, per poi addormentarsi divenendone parte. E gli aborigeni per secoli hanno ripercorso questi stessi cammini lungo le linee dei canti nei loro “walkabout”, cantando la terra per tenerla in vita .
Per questo la morte di una lingua è una perdita gravissima per l’umanità. Rappresenta la morte di una cultura, di una visione del mondo e di fatto della popolazione stessa, anche quando non si accompagna alla sua estinzione fisica.
Per questo parlare o almeno comprendere una lingua diversa dalla propria è sempre un arricchimento, offre uno sguardo inedito sul proprio mondo, apre alla grande ricchezza delle culture e a visioni altre, così come permette di riconoscere un sentire condiviso, di scoprire impensate somiglianze e affinità che travalicano tempo e spazio, ricordandoci la nostra comune appartenenza alla “razza” umana.

Per approfondire l’argomento: “Le vie dei Canti” di Bruce Chatwin

A.M.

Pubblicato su il reporter

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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