Il Senso del Viaggio

Perdere le persone, perdersi in loro

on
21/10/2009

In-contro: entrare in relazione di due elementi diversi. Proprio come dovrebbe succedere in viaggio. Perché il viaggio è una finestra sul mondo, che, in rari e preziosi momenti, si trasforma in una porta aperta. “Il viaggio è perdere le persone incontrate, perdersi in loro”.

In-contro: andare verso o dentro qualcosa che si oppone. Etimologicamente quindi rappresenta l’entrare in relazione di due elementi differenti. Definizione particolarmente adatta per descrivere le nostre aspettative quando viaggiamo in paesi culturalmente diversi, sempre che non si parta per una semplice vacanza o non si riduca il percorso al rapido scorrere di immagini attraverso il finestrino dell’auto. Aspettative spesso deluse, perché, se il viaggio regala splendide occasioni di scoperta di luoghi, queste raramente si traducono in incontro con chi vi abita, nonostante le buone intenzioni del viaggiatore “responsabile”. Determinante rimane il fattore tempo: anche se ci si muove soli, si è sempre di passaggio; se poi si fa parte di un viaggio organizzato, tempi e percorsi sono necessariamente più rigidi. In fondo però il motivo è soprattutto uno: noi rimaniamo inevitabilmente degli stranieri ai quali è permesso solo di sfiorare la realtà umana che incontrano. La stessa cosa non avviene se viaggiamo in Occidente, dove rapporti e ruoli sono intercambiabili e noi siamo turisti all’estero, ma locali in patria. Nei paesi del terzo mondo noi siamo invece sempre i turisti e loro, quelli che incontriamo per strada o ai mercati, sono sempre i locali, a cui al massimo è concesso di diventare emigranti. Non si tratta di stereotipi, ma di realtà. Viaggiando dovremmo proprio andare alla ricerca semplicemente del reale, non del diverso a tutti i costi o dell’autentico DOC, liberandoci da un immaginario turistico nutrito da cataloghi, riviste patinate e racconti di viaggio esotizzanti. Dovremmo anche rinunciare a una certa diffusa retorica che connota fortemente il viaggio come momento di conoscenza e di incontro con l’altro e il diverso, impresa forse più facile confrontandoci con quel “terzo mondo” che abita le nostre città cosmopolite. In realtà viaggiando siamo alla ricerca sì dell’altro, ma in quanto abitante di quell’altrove che non è possibile trovare sotto casa. Il viaggio ci concede però solo di sbirciare frammenti di vita al di là degli usci socchiusi e non è facile varcare la soglia. Succede qualche volta che una voce inviti ad entrare. In genere quel che segue sono formalità e cerimoniali che si assomigliano un po’ ovunque. Una bevanda, le solite domande, qualche piccolo dono per l’ospitalità, scambi di indirizzi, promesse raramente mantenute, un sorriso e qualche foto per testimoniare l’avvenuto contatto con la popolazione locale. Si tratta di sguardi fugaci e storie solo abbozzate. E’ un incontro breve, ma comunque capace di regalarci il ricordo non solo dei luoghi ma anche di chi li abita. Gli incontri, quelli veri, sono rari e preziosi e spesso frutto del caso. Ma forse soltanto in apparenza fortuiti, perché per dar loro la possibilità di accadere, bisogna crearne i presupposti. Serve tempo, curiosità e disposizione d’animo, naturalmente da parte di entrambi, visitatori e visitati, o sarebbe più bello poter dire, ospiti e ospitanti. Anche se sono incontri effimeri, perché il viaggio è una dimensione transitoria, possono però essere momenti di grande “empatia”, in cui si entra in sintonia con il sentire altrui arrivando a una comprensione che prescinde dal giudizio. Il viaggio diviene allora non solo una finestra, ma una porta aperta sul mondo e su se stessi. E l’altro diventa uno specchio per riconoscersi, trovando affinità dietro a sembianze diverse, e per conoscersi, scoprendo differenze dietro ad apparenti somiglianze. Se ci diamo tempo, se facciamo esperienza dello spazio e soprattutto se riusciamo a entrare in relazione con la gente, dietro alle immagini dei loro volti che ci riporteremo a casa, ci saranno nomi e storie di uomini e di donne. La terra è abitata e, come ha scritto acutamente Gian Luca Favetto, “i viaggi sono le persone che incontri. Il viaggio è perdere le persone incontrate, perdersi in loro”.

A.M.

Per approfondire: Marco Aime – L’incontro mancato. Turisti, nativi, immagini – Bollati Boringhieri 2005

Pubblicato su il reporter

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7 Comments
  1. Rispondi

    Gianfranco

    23/10/2009

    il viaggio è essenzialmente incontro: con gli altri, col diverso che accresce le tue conoscenze ed anche e sopratutto col te stesso che non conosci…

  2. Rispondi

    A.M.

    23/10/2009

    Non diamolo per scontato Gianfranco. Perlomeno l’incontro con gli altri, con l’altro. Non sempre avviene e il semplice fatto di essere in viaggio non è una garannzia perchè avvenga…

  3. Rispondi

    Silvana

    23/10/2009

    E’ sempre un arricchimento!,ciao a tutti.

  4. Rispondi

    Luciano

    23/10/2009

    Già decidere una destinazione è una forzatura che identifica la propria voglia di conoscere un luogo un ambiente incontrare delle situazioni.
    Scegliere un luogo significa privilegiarlo su altri, quindi sappiamo cosa vogliamo andare a vedere avendo ovviamente delle aspettative.
    Quindi viaggiamo all’interno di nostre aspettative e da cui è logico dire che viaggiamo all’interno di noi stessi.
    Sull’incontrare gli altri…. no non è per niente scontato.

  5. Rispondi

    Mbemba Gassama

    24/10/2009

    ciao anna!!!! mi sembra una riflessione molto corretta…..sembra scontato ma…..mica tanto, stai preparando qualche viaggetto?

  6. Rispondi

    Luigi

    26/10/2009

    No, il viaggio -qualunque viaggio- è sempre incontro. Grazie Anna!…

  7. Rispondi

    ✿rita

    06/11/2010

    ‎”Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo, nè finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro, anche dopo che ci siamo fermati. E’ il virus del Viaggio… malattia sostanzialmente incurabile !”

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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