Il Senso del Viaggio

Perdersi a guardare

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02/10/2009

Il linguaggio fotografico e il linguaggio della scrittura sono diversi, ma sono due modi complementari che si integrano per captare la realtà”. Parole di Fosco Maraini che perfettamente riassumono la sempre maggiore contaminazione di generi e mezzi espressivi necessari per interpretare la complessità del mondo. Su tutti prevale il canale visivo, tanto che parlare oggi di civiltà dell’immagine è ormai ripetere un luogo comune.

Un aspetto che è ancora più evidente se si restringe l’analisi al mondo del viaggio, tanto da poter affermare che non c’è viaggio senza fotografia.L’apparecchio fotografico accompagna fin dai suoi esordi i viaggiatori ed è sempre più diffuso grazie ai progressi tecnologici e all’abbassamento dei costi. E se non bastasse, l’immagine è lo strumento perfetto per la promozione dei viaggi: sono soprattutto le foto che ci guidano nella scelta delle destinazioni e su di esse si basa il sistema di attese emozionali che dà forma all’immaginario turistico.

Come evitare allora di riportare a casa dai viaggi una rappresentazione del mondo formato cartolina? Prima di tutto bisogna cancellare proprio quelle immagini stereotipate che abbiamo impresse nella retina e guardare con occhi nuovi, o forse meglio, lasciare che sia il mondo a guardarci e ricambiarne lo sguardo. Un’interazione ben diversa dalla passività in cui è di norma relegato il “soggetto” fotografato. Se la fotografia è nata con la pretesa di rappresentare e testimoniare la realtà, oggi siamo consapevoli che può solo offrire una fra le diverse interpretazioni possibili. Non dobbiamo allora limitarci a una semplice descrizione con pretese di oggettività di come è il mondo o peggio mistificarlo, dipingendolo nostalgicamente com’era o come vorremmo fosse. Ora che tutto sembra “déjà vu” perché già visitato e descritto, bisogna raccontare il mondo nel suo divenire e porre attenzione a quei dettagli capaci di coglierne l’anima nascosta. Quella luce che è parte dell’etimologia stessa del termine “foto-grafia”, deve illuminare ciò che sta sotto la superficie delle cose lasciando, che lo sguardo scavi in profondità. Le immagini di un volto, un gesto, un paesaggio possono avere una capacità evocativa straordinaria e suscitare la stessa emozione di una poesia, con il vantaggio di parlare un linguaggio universale negato al verbo dopo la maledizione della torre di Babele. Benché visuale, la fotografia può restituire odori, sensazioni tattili, rumori e sapori, ma solo facendo ricorso alla memoria interiore di ciascuno, sempre che quelle esperienze siano state parte del viaggio e l’aspetto visivo e compulsivo della ricerca di immagini non abbia prevalso.

Per fare foto non solo belle – obiettivo oggi relativamente semplice -, ma anche buone, bisogna andare oltre la tecnica e l’estetica. Serve un progetto e un filo narrativo a legare le immagini proprio come in un racconto, dando la propria interpretazione della realtà. Anche se non siamo professionisti, ma solo visitatori di passaggio, servono tempo, flessibilità, sensibilità, rispetto e passione. Dobbiamo “perderci a guardare” come scriveva Mimmo Jodice. Solo allora la macchina fotografica, da diaframma che si frappone fra noi e il mondo, può trasformarsi in uno strumento per penetrare la realtà e per rapportarsi alla gente. Solo allora potremo restituire un’immagine significativa e non solo descrittiva del mondo, trasformando la visione in comprensione.

A.M.

Pubblicato su il reporter

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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