Il Senso del Viaggio Le mie Letture

Raccontare e raccontarsi

on
29/05/2009

Da sempre il viaggio tende a trasformarsi in racconto: all’inizio furono i resoconti fantasiosi e stupiti dei grandi viaggi di scoperta, le descrizioni accurate delle esplorazioni geografiche, le epistole e i diari del Grand Tour, poi romanzi, saggi e reportages, cui si aggiungono oggi le molte opportunità offerte dalla rete.

Si racconta un viaggio per riordinare impressioni e pensieri, per capire meglio, per distillare un senso dall’esperienza vissuta e per condividerla. Ma anche per sottrarre incontri, paesaggi ed emozioni alla precarietà del ricordo e “tenere in memoria” ciò che a distanza di tempo potrebbe sembrare solo un sogno. E alla fine solo quel che è scritto – o fotografato o disegnato, comunque raccontato – ci sembrerà essere realmente accaduto. Perché solo ciò che ha un nome esiste (e solo ciò che è dimenticato muore davvero). E’ proprio per questo, per tenere in vita la terra, che nel walkabout gli aborigeni australiani ripercorrono cantando i sentieri degli antenati creatori. E’ la magia della parola, la forza creatrice del verbo. Parola poi capace di farsi nuovamente immagine nella mente del lettore e nello sguardo del viaggiatore che seguirà quelle tracce d’inchiostro. Comunicazione multimediale, informazioni in tempo reale e foto satellitari hanno però tolto spazio alla scoperta e al racconto. Viaggiare e scrivere, attività un tempo elitarie, sono oggi uno status symbol a larga diffusione. E il Terzani-pensiero secondo cui i libri sono come i figli, e bisogna almeno essere in cinta per decidere di farli, non è tenuto in debito conto da molti scrittori o aspiranti tali. Se è sempre più difficile muoversi senza fare viaggi fotocopia, lo è anche raccontare senza rischiare di ripetere il già detto. La scrittura di viaggio, come anche la fotografia, devono essere ripensate per trovare nuove modalità di rappresentazione che non si limitino a una semplice descrizione “oggettiva” di una realtà inevitabilmente déjà vu. Senza però nemmeno indulgere in un’eccessiva autoreferenzialità, peccato comune a molti libri di viaggio, visto che l’abbinata scrittore-viaggiatore è a grande rischio di snobismo. E non tutti hanno l’impagabile humour inglese di autori come Waugh, Chatwin e Osborne, capaci di farsi perdonare qualsiasi eccesso. Altra diffusa tentazione del raccontare è quella di tradire il viaggio, enfatizzandone alcuni aspetti, fingendo un passato che non esiste più, trasformando le persone in caricature, le culture in esotismo, i paesaggi in bozzetti. Se poi scrittura e viaggio diventano mestiere, rischiano di perdere molta della loro capacità di trasferire nelle pagine la fascinazione del mondo. Non basta come per altri generi letterari una fervida immaginazione o una trama appassionante. E anche letture e riflessione sono condizioni necessarie ma non sufficienti, come è invece il caso per la saggistica. Kapuscinski parlava di “letteratura a piedi”. Ed è proprio lì, nei piedi (intesi come movimento e come immersione dentro i luoghi) la natura e il fascino del viaggio e della scrittura che cerca di raccontarlo. E’ nella polvere che si appiccica ai capelli, nel fango che si attacca alle scarpe, nei profumi la sera dopo la pioggia, negli odori di un mercato, nella luce incerta dell’alba o in quella radente del tramonto, negli scambi di sguardi, di gesti e di frammenti di parole straniere. Per assurdo il miglior complimento per un libro di viaggio potrebbe essere proprio “è scritto con i piedi”! Certe volte da lettori proviamo un senso di inadeguatezza verso gli “scrittori”. Invece abbiamo un grande potere. Quello di scelta. Impariamo ad esercitarlo, seguendo il consiglio di uno scrittore, Alfredo Antonaros, secondo cui ai libri e ai viaggi “non si dovrebbe regalare il proprio tempo. Glie lo si dà in prestito col pieno diritto di esigere un tasso da strozzini”.

A.M.

Pubblicato su il reporter

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1 Comment
  1. Rispondi

    A.M.

    08/06/2009

    Un commento da Facebook:
    A volte quando si ritorna da qualche viaggio che ci scaraventa in realtà lontanissime per breve tempo, sembra davvero che sia stato tutto un sogno poichè al ritorno siamo immediatamente richiamati dagli impegni della normalità. Forse è per questo che chi non sa scrivere si affanna a fare foto che abitualmente non fa. Io ad esempio uso la macchina fotografica solo in viaggio ed al ritorno mi piace riordinarle proprio come dici tu, per ripercorrere lentamente quanto ho vissuto, poi, una volta sistemata la mia “memoria”….le ripongo nel loro scaffale per il… futuro e non le guardo quasi più. Brava Anna, riesci sempre a cogliere, ma soprattutto ad esprimere con molto talento delle riflessioni interessanti. Ciao e buon W/E anche a te.
    Gianna

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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