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Reporters di guerra

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20/05/2012

Una riflessione sui reporters di guerra (l’articolo completo in seconda e terza di copertina del catalogo Polaris 2012).

Secondo il rapporto di Reporter sans frontières, nel 2011 sono morti sul campo 66 giornalisti (il 16% in più rispetto al 2010), 1.044 sono stati arrestati (+95%), quasi 2.000 feriti o comunque minacciati fisicamente di violenza (+43%), 71 rapiti (+39%). E a queste violenze si aggiungono le pressioni sui blogger e la censura dei media. Fotoreporters più o meno famosi, ma che certo condividevano l’affermazione di Robert Capa secondo cui “se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”. Sono tutti eroi moderni, disposti a rischiare la vita per fare informazione, per raccontare le storie e le sofferenze delle popolazioni in preda a guerre e carestie, per dare voce ai movimenti che chiedono diritti civili e democrazia. Qualcuno accusa la fotografia di reportage di correre rischi inutili per inseguire le richieste di mercato che impongono un eccesso di spettacolarizzazione. Ed è vero che l’eccesso di esposizione a immagini crude e violente porta lo spettatore all’assuefazione, anestetizzando le coscienze o limitando la partecipazione emotiva al tempo di un moto di sdegno, ai pochi secondi di un click di condivisione in un social network per liberarsi anche dai sensi di colpa. Ma è anche vero che ciò che non è testimoniato da parole e ancor di più da immagini, anche se reale, scompare dalla memoria collettiva o semplicemente sembra non esistere.

Fin dalla sua nascita la fotografia ha raccontato il mondo e, visto che le guerre non ce le siamo fatte mai mancare, ne ha documentato anche l’orrore e il dolore. Il binomio “fotografia e guerra” è più triste ma non meno valido di quello “fotografia e viaggio”, a noi caro. Certo Susan Sontag scriveva giustamente cheuna fotografia non può costringere. Non può svolgere il lavoro morale al posto nostro”. Aggiungeva però anche che “ci può mettere sulla buona strada”. La fotografia, ancora più della parola, usando il linguaggio universale delle immagini, sa toccare direttamente le corde dell’anima. Alcuni scatti, belli e terribili, sono diventati vere icone capaci di consegnarci da sole il senso di un evento.

Come la foto di Robert Capa del 1938 che ritrae il miliziano repubblicano colpito a morte da un proiettile sparato dai franchisti durante la guerra civile spagnola: non credo sia eresia paragonarne la potenza espressiva al Guernica di Picasso. Così come sono diventate immagini simbolo la foto di un bimbo con le mani alzate scattata nel ghetto di Varsavia nel 1943; la foto di Joe Rosenthal dei soldati statunitensi che piantano la bandiera a stelle e strisce sull’isoletta giapponese di Iwo Jima nel 1945; la foto dell’agosto dello stesso anno dell’esplosione della bomba atomica sopra Nagasaki; quella di Cong Ut del 1972 dei bambini vietnamiti terrorizzati in fuga dal villaggio bombardato, con in primo piano la ragazzina nuda e ustionata dal napalm. E non ultima la foto del manifestante che da solo sfida una fila di carri armati in piazza Tienanmen durante le manifestazioni antigovernative del 1989 in Cina. Immagine che a molti di noi non può non richiamare alla memoria quelle di Josef Koudelka del ‘68 a Praga, con gli studenti armati di fiori di fronte ai tank sovietici. E simbolo della primavera araba è diventata la “foto dell’anno”, lo scatto dello spagnolo Samuel Aranda per il New York Times che ritrae una donna a Sanaa, in Yemen, che sorregge un parente ferito durante gli scontri che hanno infuocato la città lo scorso ottobre.

Consiglio: Non una lettura ma una visita alla mostra del World Press Photo 2012 in corso fino al 3 Giugno presso la Galleria Carla Sozzani di Milano dove è esposta anche la foto di Samuel Aranda.

Anna

Pubblicato su il reporter – R come Reporter

 

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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