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Taccuino di un clandestino

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20/12/2008

Un “carnet di viaggio”. Ma di un viaggio al contrario. Di un viaggio della speranza, di quelli che spesso finiscono in tragedia. Anche quando si tratta di bambini, di un bambino di 11 anni che avrebbe dovuto essere tutelato più di ogni altro dalle convenzioni internazionali.

Non possiamo non lasciare una preghiera, un pensiero per Zaher.

A.M.

La notizia (da un articolo di Alessandra Sciurba dal sito meltingpot.org):

Ragazzino afghano di 11 anni morto per eludere i controlli delle polizia di frontiera. Aveva quindici anni. No, ne aveva dodici. Forse, in realtà, ne aveva solo undici. Nel corso della giornata la sua età è cambiata diverse volte, tutte al ribasso. In ogni caso, era un bambino. Trovato morto in Via Orlanda a Mestre, Venezia, travolto dal Tir sotto il quale si era nascosto per sfuggire ai controlli della polizia di frontiera al porto. (…) Perchè ormai lo sanno tutti i migranti e lo sanno anche gli italiani che hanno voglia di conoscere la realtà delle cose: dai porti dell’Adriatico si rimanda spesso indietro, in maniera sommaria, chiunque. Indipendentemente dalla sua età, dal suo status, dalla sua storia di guerre e persecuzioni. Il ragazzo morto lo scorso ventidue giugno, anche lui sotto un tir, era stato respinto cinque giorni prima. (…) Non voleva essere rimandato indietro, ed è morto quando ce l’aveva quasi fatta. Le sue mani non hanno retto, ed è difficile non immaginare quell’attimo in cui tutto è finito. Le responsabilità immani di questa tragedia iniziano in Afghanistan, passano per la Turchia e la Grecia ma finiscono al porto di Venezia.

Qui sotto le ultime frasi scritte da Zaher Rezai, raccolte e commentate da Francesca Grisot, mediatrice del Comune di Venezia. Per i testi completi meltingpot.org.

Dopo che furono partiti, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire». [Mt 2,13-18 ]

Zaher Rezai, figlio di Mahmud, era un Hazara di Mazar-i Sharif, città che nel 1998 fu teatro di una delle tante stragi di civili hazara che l’Afghanistan ricorda. Zaher aveva allora pochi anni ed era uno dei fortunati sopravvissuti. Qualche anno dopo, ancora bambino, Zaher era in Iran. Lavorava come saldatore, appuntando diligentemente schizzi e misure sul suo taccuino. Il profilo che emerge dalla lettura e traduzione del taccuino di un “clandestino” è il seguente: un ragazzo in fuga dalla persecuzione, costretto a lavorare in giovane età come saldatore, che a malincuore si getta in un viaggio di speranza che sa bene essere pieno di insidie. La storia di Zaher può essere eletta ad icona del migrante afghano, molto spesso minorenne, se non all’arrivo, di sicuro alla partenza. Comunque potenziale richiedente asilo. Il caso dei migranti afghani, giovanissimi per lo più, è la storia di una diaspora silenziosa. Dato il numero esiguo non ha eco sui giornali, ma rivela un disagio sociale legato non solo alla guerra o all’occupazione del Paese, bensì ad un feroce conflitto etnico e religioso di cui non si ha notizia in Occidente. Si aggiunga a questo la prolungata condizione di diaspora ed esilio, giunta ormai alla terza generazione, che ha costretto per decenni intere famiglie a migrare senza sosta tra Paesi limitrofi poco ospitali (Pakistan e Iran) e zone interne dell’Afghanistan. Questa terza generazione, ormai stanca e sfiduciata, volge lo sguardo all’Europa. A questa diaspora silenziosa Zaher dà finalmente una voce; una voce dolcissima. Tra i versi delle sue poesie egli cerca il coraggio per andare avanti, al di là del mare, dove crede sia garantito il suo diritto all’esistenza. Il taccuino trovato in tasca al ragazzo conteneva in poche pagine il riassunto di una vita: alcuni talentosi schizzi corredati da misure dettagliate per il lavoro di saldatore che svolgeva in Iran; una nota sui risparmi racimolati e alcune poesie, appuntate o imparate forse lungo il tragitto. La calligrafia del ragazzo rivela un grado di istruzione molto basso e ci conferma che, come tanti altri suoi connazionali, Zaher non ha avuto la possibilità di frequentare la scuola. Eppure, difficile a credersi per noi Italiani, conosceva a memoria e recitava tra sé un certo numero di versi in rima. Poesie classiche, molto spesso poesie antiche di alcuni secoli, che parlano di amore e nostalgia; in cui l’amato è Dio e l’amore mistico il desiderio di ricongiungersi a lui nello splendore e purezza della pre-eternità.

Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano,

sei come un fiore di primavera…

È dolce il tuo affetto

amo parlare con te…

Tu sei un amico incantevole

sei una seta di passione e bellezza

Mi piace sottolineare questo perché l’amore per la poesia di questi giovani migranti afghani è il primo indice della sensibilità, della dignità e del rispetto con cui sono educati fin da piccoli. Nell’intervistarli emerge fin troppo spesso la sofferenza della discriminazione, la determinazione con cui essi lottano per vedere riconosciuto il loro diritto di esistere semplicemente in quanto “persone umane”. Il sogno europeo è l’ “Europa dei diritti umani”. Sogno a cui non intendono rinunciare. Inutile respingerli; ci proveranno di nuovo, fino a morire se serve.

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore

che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.”

Andare avanti! A tutti i costi. “In Iran non si può stare, in Afghanistan non possiamo tornare” ripetono in modo ossessivo i minorenni intervistati. La poesia continua. Racconta la paura del respingimento; di essere trattato come un migrante qualsiasi o peggio come un ladro o un clandestino.

“Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori,

io stesso mi son fatto rosa, che bisogno ho di un altro fiore qualsiasi”.

La paura del viaggio. Il tratto di mare che ancora lo separa dal diritto d’asilo.

“Questo corpo così assetato e stanco

forse non arriverà fino all’acqua del mare.

Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino,

ma promettimi, Dio,

che non lascerai finisca la primavera.”

Deve ancora cominciare l’inverno. Nel limbo di Patrasso Zaher si imbarca su una nave diretta verso l’Italia. Ecco il mare, l’ultima traversata.

“Oh mio Dio, che dolore riserva l’attimo dell’attesa

ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera”

Per la mie esperienza di mediatrice è cosa comune che i ragazzi afghani, anche analfabeti, conservino versi di poesia a memoria e li ripetano spesso per darsi coraggio durante il viaggio e l’esperienza della diaspora. Quello che sento ripetere più spesso parla del dolore della morte in esilio. Vorrei dedicarlo in chiusura a Zaher, ricordando che purtroppo questo è il pensiero fisso che si legge negli occhi dei migranti afghani con cui vivo e lavoro ogni giorno.

“Se un giorno in esilio la morte deciderà di prendesi il mio corpo

Chi si occuperà della mia sepoltura, chi cucirà il mio sudario?

In un luogo alto sia deposta la mia bara

Così che il vento restituisca alla mia Patria il mio profumo”

“Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino,

ma promettimi, Dio,

 che non lascerai si spenga questa mia primavera.”

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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