Le mie Letture

Timbuctu, magia di un nome

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28/11/2008

Pubblicato su il Reporter

Riflessioni in margine al libro Timbuctu di Marco Aime
Editore Bollati Boringhieri 2008 – € 10,00 

Leggendo il libro di Marco Aime si intuisce subito la lunga frequentazione e il profondo legame dell’autore per questa città assediata dalle dune e velata dalla polvere del deserto. Ma per molti lettori, viaggiatori e sognatori, Timbuctu è solo un nome che indica non tanto una città reale quanto un luogo vago, lontano e difficile da raggiungere. “Regina delle sabbie”, “perla del deserto”, “Atene africana”, “la misteriosa”: molti sono i nomi dati alla mitica città proibita, sogno e ossessione di tanti esploratori che persero la vita per raggiungerla.

Poi René Caillié, un francese travestito da nomade arabo, riuscì a entrarvi nel 1828 e a fare ritorno in patria accolto con tutti gli onori. Dai suoi racconti emergeva però la delusione per la tristezza e l’inerzia che vi aveva trovato. Già allora erano lontani i fasti del tempo in cui Timbuctu era la capitale di un grande regno sub-sahariano e il maggior centro culturale dell’Africa occidentale, dove si scambiavano mercanzie, ma soprattutto si incontravano pensieri e culture. La città, povera per natura, era divenuta una sorta di Eldorado africano grazie alla sua posizione all’incrocio fra le rotte commerciali che univano l’Africa Nera al Mediterraneo. Lì si incontravano le piroghe cariche d’oro, ambra e avorio che risalivano il Niger e le grandi carovane che attraversavano il Sahara. Della trascorsa grandezza rimangono oggi solo alcune antiche moschee e un tesoro di corani miniati e preziosi trattati scientifici custoditi dentro i muri di terra di case e musei. E rimane un melting-pot di razze che ne fanno una città diversa e di difficile decifrazione. Timbuctu è un’Africa che spiazza anche il moderno viaggiatore. Soprattutto se si è abituati a leggere la storia attraverso i monumenti, che lì non
ci sono. O se ci si aspetta l’Africa delle etnie, mentre lì troviamo caste e classi sociali. O se si cerca la religiosità animista, mentre lì si incontrano solo moschee.
Bruce Chatwin diceva che ci sono due Timbuctu, una reale e una mentale. Secondo Aime ci sono invece molte Timbuctu che si sono avvicendate nel tempo e nella mente degli uomini. Città santa per i musulmani, luogo di commerci e piaceri per i mercanti sahariani, immenso Eldorado se visto dal Mediterraneo, altrove mitico e irraggiungibile per gli esploratori, affascinante simbolo di lontananza per i viaggiatori, centro del mondo, del loro mondo, per i suoi abitanti…
L’elusiva Timbuctu diventa allora uno specchio per riflettere sul nostro mondo e sulla nostra idea di storia. “Vista di qua, da questa piazza sabbiosa che confonde l’immensità del Sahara con la più antica moschea d’Africa, la sabbia anarchica delle dune con la terra impastata e lavorata dagli uomini, anche l’Europa appare diversa. E mi accorgo che, se non fosse stato per il mito costruito su Timbuctu, forse non sarei riuscito a scrivere tutto questo” scrive Aime.
E per ultimo Timbuctu offre un punto di vista davvero spiazzante per osservare noi stessi e la nostra idea di viaggio. Se si rinuncia al volo Bamako-Timbuctù, ma vi si giunge attraversando il deserto o risalendo le anse del Niger su una pinasse, si scoprirà che nel viaggio l’importante non è solo arrivare, ma soprattutto “andare verso”. E, raggiunta la meta, la città stessa si rivelerà un inno alla lentezza.
Anna

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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