Il Senso del Viaggio

Tu chiamale se vuoi emozioni

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11/12/2009

Rientrata da un workshop fotografico in Marocco, dove mi sono “fermata a guardare”, prima ad Essaouira, poi a Marrakech, vi giro questo post “emozionale”, perché soltanto quando un luogo diventa uno stato d’animo, ci appartiene davvero…

“Tu chiamale, se vuoi, emozioni…” cantava Battisti. Quelle stesse emozioni che noi inseguiamo viaggiando, ma che, partenza dopo partenza, sembrano diventare sempre più elusive. E’ raro provare oggi quel senso di straniamento e stupore così normale fra i viaggiatori del passato, prima che mobilità, comunicazioni e globalizzazione rendessero familiare il mondo intero. E’ invece diffuso fra alcuni viaggiatori di lungo corso quell’atteggiamento un po’ cinico e freddo di chi ha già visto tutto.

E’ dunque ancora possibile lasciarci sorprendere ed emozionare da un viaggio? Un tempo bastavano i racconti di chi tornava da mondi lontani, oggi che tutto è raggiungibile e riproducibile, l’emozione può nascere solo dal rapporto diretto, dal con-tatto con luoghi e persone. Come diceva la grande viaggiatrice Ella Maillart, “bisogna andare a vedere”. Inutile la ricerca affannosa e illusoria del nuovo e del diverso, serve invece imparare a vedere, cioè saper cogliere e trattenere l’essenza delle cose, quegli istanti che da soli giustificano un viaggio. “Fotografare l’emozione” direbbe chi ama fermare l’attimo con un’immagine. O “salvare con nome” potrebbe dire un computer-dipendente, con un neologismo informatico, in realtà molto significativo perché chiede di dare un nome alle cose, che è in fondo il solo modo per farle proprie.

Il frequente abbinamento fra viaggio ed emozione comune nei depliant turistici a semplice scopo pubblicitario, rivela in realtà un’affinità profonda fra queste due parole. “Emozione” dal latino “ex-movere” significa “muovere fuori” e “com-muovere”. L’emozione è dunque movimento e cos’è il viaggio se non un movimento da se stessi e dal proprio mondo verso l’esterno, l’altro e l’altrove, attivando il corpo, ma anche i sensi, la mente e il cuore? Un movimento che è fisico, ma che deve diventare anche moto interiore, trasformando il nostro viaggio in qualcosa di unico e speciale. Se il viaggio si riduce a un accumulo di chilometri percorsi e di immagini archiviate nelle memorie dei nostri apparecchi fotografici, una volta concluso, ci rimarranno solo frammenti incapaci di suscitare alcuna eco dentro di noi. Perché soltanto quando un luogo diventa uno stato d’animo, ci appartiene davvero.

“Lo spirito del luogo! E’ per questo che viaggiamo (…) e dove esso è un angelo forte e dominante, quel luogo resta nella memoria con tutto il suo respiro, le sue abitudini, il suo nome”, scrive Alice Meynell. Ci sono luoghi diventati mitici nella storia del viaggio, insieme a chi per primo li ha scoperti o raccontati. Ma ogni luogo ha una storia da narrare a chi e disponibile ad ascoltarla. E’ però necessario lasciare tempo e spazio all’emozione, una concessione rara nei nostri programmi di viaggio nonostante il frequente abuso di questa parola. Perché tendiamo a mettere dentro cose piuttosto che a tirare fuori emozioni. Proviamo invece a dare loro spazio, quando sogniamo il viaggio, quando lo viviamo e quando lo raccontiamo al ritorno. Scopriremo che non è necessario andare lontano o cambiare sempre destinazione e davvero, viaggio dopo viaggio, potremo sfogliare il nostro personalissimo atlante delle emozioni.

Consigli di lettura: Giuliana Bruno, “Atlante delle emozioni, In viaggio tra arte, architettura e cinema”, Bruno Mondadori, 2006. Un testo difficile, ma ricco di spunti originali.

A.M.

Pubblicato su il reporter 

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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