Il Senso del Viaggio

Vacanzaaaaa!!!

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27/11/2009

Partire per un viaggio presuppone un itinerario, una meta e spesso una certa dose di fatica. Andare in vacanza è invece sinonimo di voglia di divertirsi e rilassarsi. Una componente ludica questa comunemente accettata, ma spesso vissuta con un malcelato senso di colpa da chi, come me, è figlio degli anni dell’impegno e di una morale cristiana che condanna l’ozio o “accidia” in quanto “padre di tutti i vizi”.

Nella cultura classica invece il piacere era un valore positivo e l’otium era considerato superiore al negotium. Certo, una concezione fortemente elitaria e possibile solo perché alle necessità dei “cittadini” provvedevano folle di schiavi. Ma studi antropologici rivelano che anche in società meno sofisticate il lavoro non è necessariamente elevato a valore in se stesso, come è il caso dei boscimani Kung del Kalahari, che cacciavano solo sei ore la settimana, il resto del tempo si raccontavano storie seduti sotto gli alberi di acacia.

E’ interessante l’etimologia delle parole “divertimento” e “vacanza”. Divertimento viene dal latino “divertere”, cioè allontanarsi dal centro, volgere l’attenzione altrove. Vacanza viene da “vacuum”, cioè vuoto, svuotamento. Ma il vuoto ci fa paura, così cerchiamo sempre di riempirlo, mentre potrebbe essere una pausa rigenerante di evasione anche da se stessi oltre che dagli impegni e dalla ripetitività del quotidiano. Il risultato non sarebbe la noia, anzi di norma è proprio la ripetitività che fa che le cose vengano a noia. E comunque anche la noia è in fondo la levatrice di quei cambiamenti capaci di riconciliarci ai nostri bisogni più veri e profondi. Così come l’ozio è necessario alla creatività, e questa è nemica delle preoccupazioni. La nostra società invece, oltre a una certa visione penitenziale della vita che accomuna piacere a peccato, ha trasformato il tempo libero in un’industria e attività come lo sport e il viaggio in veri business con il conseguente pressante invito a consumare. In realtà il nostro tempo libero può rimanere tale senza dover essere a tutti i costi riempito di itinerari da percorrere, vette da scalare, musei da visitare e realtà locali da incontrare, per essere in qualche modo produttivi.

Rivendico il diritto alla vacanza. Non nel senso che è un “diritto costituzionale”, anzi, soprattutto in tempi di crisi, può rimanere un sogno per molti e un privilegio per pochi. Nel senso invece di liberarsi dai complessi di colpa se, potendo, si opta per una semplice vacanza di dolce far niente. Non bisogna giustificarsi, non è peccato divertirsi e non è obbligatorio trasformare l’ozio in lavoro, imponendosi anche in vacanza ritmi non così dissimili da quelli spesso esasperati del quotidiano. Se invece partiamo per un viaggio, ricordiamoci che comunque è “di piacere”, e il piacere può bastare a se stesso. E che anche il viaggio dovrebbe avere una componente di trasgressione di orari, obblighi e abitudini per aprirsi a diverse visioni della realtà. Il suo successo non si misura in fatica, chilometri percorsi e confini varcati.

“Dobbiamo rivalutare il significato di ozio dandogli la connotazione positiva di ricerca del piacere all’interno del difficile mestiere di vivere”, scrive Stevenson. Hugo Pratt, uno che di viaggi e di libertà dagli obblighi se ne intendeva, uno che è stato capace di cercare e di trovare la sua isola del tesoro, aggiunge: “quando oggi ripenso a coloro che mi accusavano di essere inutile, e a quello che invece giudicano utile, allora, a loro confronto, non solo provo piacere a essere inutile, ma ne sento addirittura il desiderio”.

Per finire: tutto quanto scritto sopra è un sincero tentativo di auto-convincimento perché rimango una stakanovista del viaggio e anche quando cerco di fare la turista in versione spiaggia, parto con una valigia piena di libri invece che di completini mare firmati La Perla.

A.M.

Due i consigli di lettura: Robert Louis Stevenson “Elogio dell’ozio”, scritto di getto nel 1877, ma forse ancora più attuale oggi e “Il desiderio di essere inutile” di Hugo Pratt.

Pubblicato su  il reporter

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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