Le mie Letture

Viaggiare, lavorare, morire da clandestini

Scritto da il 11/01/2010


Rizzoli BUR 2007  €.9.60

Recensione pubblicata sul blog nel nov. 08, aggiornata gennaio 2010

Pubblicata su  Il Reporter

Guarda il video Leggi l’intervista a Fabrizio Gatti

Per leggere l’ultimo viaggio di Fabrizio Gatti sulla rotta dei clandestini e vedere il video, cliccare qui (L’Espresso marzo 09)

È stato facile diventare Bilal. È bastato polverizzare con la suola l’ultima cenere della carta d’identità. Ma da allora Bilal non se n’è più andato“, scrive Fabrizio Gatti. Anche per me, chiuso il suo libro, Bilal non se ne è più andato. Non è certo un romanzo strappalacrime, ma proprio perché, purtroppo, non è un romanzo, mi sono commossa leggendolo. E’ sostanza senza retorica, è carne e sangue. E’ un coro di voci e di volti che ti prende e non ti lascia più. Bilal ti coinvolge e poi ti sconvolge, togliendoti dagli occhi quel velo ipocrita che permette di non sentirsi responsabili.

Dovrebbe diventare libro di lettura in tutte le scuole medie d’Europa, come un tempo leggevamo Cristo si è fermato a Eboli per conoscere quell’Italia fatta di povertà e di emigrazione che ci eravamo da poco lasciati alle spalle. Allora eravamo “italiani brava gente”. Dopo la lettura di Bilal non riesco a dire lo stesso di noi italiani di oggi. Gatti descrive la stessa disperazione di allora, ma questa volta noi siamo dall’altra parte della barricata. Bilal è un libro necessario, anzi indispensabile. Per chi dice di amare l’Africa, per chi si dice viaggiatore, ma soprattutto per tutti noi che ogni giorno l’Africa la incontriamo nelle nostre città e ha il volto di tanti Bilal, Amadou, Mohamed, Fatima, Joseph, Amina… “Se arriveranno vivi in Europa, li chiameranno addirittura disperati. Anche se sono tra i pochi al mondo ad avere ancora il coraggio di giocarsi la vita carichi di speranza“.

Forse è vero, le parole non cambiano il mondo, però aiutano a superare paure e pregiudizi, a non diventare cinici, a risvegliare l’animo assopito e ormai assuefatto alla “sottile banalità del male“. E forse possono restituire a questi uomini e a queste donne, nati dalla parte sbagliata del mondo ed entrati in Occidente dalla porta sbagliata, quella dignità che si meritano per il loro coraggio e la loro sofferenza. Anche i peggiori di loro, perché la lotta per la sopravvivenza inevitabilmente mescola solidarietà con furbizia, quando non sopraffazione e violenza, e spesso conduce a una deriva esistenziale cui è difficile opporsi, soprattutto nella solitudine di un mondo che ti è estraneo.


La trama.
Fabrizio Gatti si trasforma in Bilal e attraversa il Sahara sugli stessi camion dei clandestini, lungo la rotta della nuova tratta degli schiavi. Perché di questo si tratta, mercato di carne umana, spesso con gli stessi intermediari arabi di un tempo. Gatti racconta dal di dentro la sconvolgente e dolorosa odissea di queste moderne carovane in marcia dal Sud del mondo. Inseguono il sogno ingannevole dell’Europa per sopravvivere, per mantenere la propria famiglia, per sfuggire a guerre infinite, per inventarsi un futuro al di là del Mediterraneo. Molti di loro il mare non lo vedranno mai e le fredde statistiche ci dicono che i
l dodici per cento di chi non è stato inghiottito dalla sabbia lo sarà dalle onde. Per Gatti “vedere le cose dall’interno è l’unico modo per garantire credibilità“. Viene arrestato come immigrato clandestino e vive sulla propria pelle la sconvolgente realtà dei centri di permanenza temporanea. Fa i nomi di chi è connivente o complice di questo mercato, senza tacere le responsabilità dei governi e denunciando le “verità” dei rapporti ufficiali. Quando il lettore pensa che ormai non ci può essere nulla di peggio di questo tragico esodo attraverso il Sahara e il Mediterraneo, gli stessi paesaggi teatro delle nostre vacanze e dei nostri viaggi, ci racconta la clandestinità in Italia, la prostituzione forzata, il lavoro nero nei cantieri edili e nei campi di pomodori della Puglia. Ma la via crucis non è ancora finita. Gatti ripercorre a ritroso lo stesso cammino, seguendo i rimpatri forzati, un “controesodo” che non è il nostro ritorno dalle vacanze estive, ma il cinico frutto delle espulsioni in massa in cambio di commesse e accordi fra governi. Interi convogli scomparsi, centinaia di morti di sete e di fame fra le dune di uno dei deserti più belli del mondo…

L’autore. Fabrizio Gatti è inviato per il settimanale L’Espresso, infiltrato sotto copertura fra gli immigrati clandestini e detenuto per tre volte nei centri di permanenza temporanea. Nel 2003 ha pubblicato il romanzo per ragazzi Viki che voleva andare a scuola per Fabbri Editore. Nel 2008 ha vinto con Bilal il premio Tiziano Terzani.

A.M.

Alcuni brevi estratti da Bilal

Partire. Mi sono sempre chiesto cosa stia accadendo intorno a una persona nel momento in cui la sua mente decide di partire. Mesi o anni prima che il corpo si metta in viaggio o ne sia solo consapevole, quale sia il fatto, l’ istante, il motivo per cui il ragionamento s’ accorge che non restano alternative. Il punto di non ritorno in cui la testa comincia silenziosamente il percorso. L’affiorare delle intenzione segrete, delle ambizioni, delle decisioni già prese. Lo spartiacque. Muoversi o soccombere. E soccombere qui non significa necessariamente morire. C’ è di peggio alla morte. C’ è una vita di stenti. Di elemosina. Di fatica a scaricare camion o a selezionare rifiuti nelle discariche e rivenderli per pochi spiccioli. C’ è il pianto affamato dei figli più piccoli, tutti i giorni e tutte le notti. C’ è l’ immagine portata dai viaggiatori, dai giornali, dai radiocronisti dei programmi internazionali della BBC che rivela l’ esistenza di un mondo ricco e irraggiungibile. C’è la sconfitta personale e intima davanti alle fidanzate, alle mogli, ai propri padri e davanti alle proprie ambizioni.

Nel deserto del Ténéré. Gli autisti rimettono in moto. Suonano due volte il clacson e partono senza aspettare che tutti siano a bordo. Ai piedi della scaletta si affannano mani, teste, corpi. Il camion va pianissimo. Ma corrergli accanto con i piedi che affondano nella crosta di sassi e sabbia non è facile. Soprattutto per i ragazzi che da giorni si alimentano solo con acqua e zucchero. Inutile gridare agli autisti di fermarsi.
Adesso è evidente quanto sia profondo il baratro dentro cui stiamo scendendo. Questi ragazzi sanno che nessuno, qualunque cosa succeda, verrà mai a tirarli fuori. Nessun padre. Nessun fratello. Nessuno Stato. Nessuna organizzazione umanitaria. Nessuno dei governi, che con le loro scelte corrotte li hanno portati qui, piangerà mai la loro morte. Qui nel deserto siamo tutti figli di nessuno. Centottantadue teste si muovono sincronizzate dai rimbalzi delle sospensioni. Centottantadue vite con il loro futuro stretto tra le mani. Il dodici per cento delle persone che partono dalla Libia e dalla Tunisia non arriva in Europa. L’ha rivelato la cronaca di questi anni. Il dodici per cento muore in mare. Il dodici per cento significa che tra i passeggeri di questo camion, ventidue moriranno. E se di questo si salveranno tutti, del prossimo ne moriranno forse quarantaquattro. Oppure sessantasei di quello che verrà dopo. E poi ci sono Kofi, Oliver, gli sconosciuti già sepolti nel deserto: gli stranded per sempre che il mare non lo vedranno per sempre…

L’arrivo a Dirkou. Appare una striscia verde oltre i cordoni di dune ocra. Dirkou, l’oasi degli schiavi, se ne sta accovacciata a perdita d’occhio, sotto una parete di montagne piatte. Il colore dell’argilla dipinge le case di rosa. Il resto è un mondo di sabbia. Sembra di atterrare. Per mezz’ora si scende dal pendio di una duna gigantesca. Il camion gira a sinistra ed entra in uno spiazzo di deserto recintato da pali e filo di ferro. Arrivano altri soldati armati. Gridano ordini incomprensibili, forse in hausa. I passeggeri scesi per primi devono inginocchiarsi sulla sabbia e mettere le mani sulla testa. Basta fare come loro. Veniamo allineati in cinque file davanti al camion. Daniel e Stephen si inginocchiano nella fila accanto. Hanno la faccia stravolta, smagrita, impolverata. Nessuno parla. Un soldato obbliga tre ragazzi a seguirlo dentro una piccola baracca. Ricomincia la rapina. Il sibilo dei colpi e il lamento dei tre rompe il silenzio. Il sibilo soprattutto. È quello caratteristico dei tubi di gomma e dei grossi cavi elettrici usati come fruste. Non si butta via niente nel Sahara. Il loro soffio attraversa l’aria come una pennellata messa lì a rendere più efficace il disegno. Chiudi gli occhi. Aspetti il tonfo finale e quel lamento appena pronunciato…

Dolore dell’anima. Mi accorgo che non esistono approdi. Non sono più io a fare questo viaggio. È il viaggio, nella sua crudeltà infinita, a plasmare me. Senza nemmeno sapere in quale essere mi trasformerà, ormai non posso fermarmi. Cercavo il perché migliaia di uomini e donne si imbarcano su rottami destinati ad affondare. Perché non fanno come Amadou, il giovane papà incontrato al mercato di Ayorou, che era quasi arrivato in Europa ma ha avuto il coraggio di ritornare a casa? Perché non rinunciano? Non si salvano? Non tornano indietro? Volevo scoprire cosa c’è sulla rotta per l’Europa di più spaventoso della morte in mare. E l’ho scoperto. Qui nel deserto ho conosciuto la morte da vivi. Eppure era facile immaginarlo già prima della partenza. Ma il viaggio mi aspettava. Era la prova da superare per poter guardare senza più complessi di inferiorità i sopravvissuti sbarcati in Italia, ma anche la storia degli italiani, degli europei partiti nell’Ottocento e nel Novecento per le Americhe, l’Australia, l’Africa del Sud. Un insostituibile esercizio della memoria. All’improvviso esplode la nostalgia. Per i morti che non ho conosciuto. Come Kofi. E per i vivi abbagliati dalle menzogne. E’ l’assaggio del dolore dell’anima che accompagnerà il mio ritorno, ne sono sicuro. Una nostalgia al contrario.

Per non dimenticare. Dei loro figli che il mondo ha smarrito durante il viaggio non sapranno, non sapremo mai. E non c’è un solo monumento nazionale su cui ricordarli. I nostri capi di Stato ogni anno portano fiori agli altari della patria. Si fanno fotografare in commosso silenzio davanti alla tomba del Milite ignoto. È un dovere generoso rendere omaggio ai caduti in battaglia. Ma la nostra Costituzione è fondata sul lavoro. Non sulla guerra. Eppure a queste migliaia di migranti ignoti morti alla ricerca di un lavoro, o agli schiavi uccisi perché un lavoro l’avevano trovato, la Patria non ha ancora dedicato un solo altare. Il cimitero di Lampedusa è pieno di tombe anonime. Un numero al posto del nome e della foto sulla lapide. Basterebbe sceglierne qualcuno. E portarne i resti a Roma, Bruxelles, Strasburgo, Parigi, Madrid, Berlino, Londra, Vienna, Berna. Le mete simboliche dell’altra faccia dell’Europa. Giusto per non dimenticare mai.

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1 Comment
  1. Rispondi

    Gianni

    09/05/2009

    … Bilal è’ un libro che mi ha cambiato il modo di “vedere” il deserto e le dune.
    Quel libro è stata come l’ultima goccia … e la mia spinta alla solitudine alla ricerca di spazi infiniti (montagne, mare, deserti), si stà spostando verso la voglia di immergermi tra le genti; sconosciuto tra genti che non conosco.
    Un abbraccio, Gianni

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ANNA MASPERO
Como, IT

Ho insegnato inglese, piantato alberi, letto molto e molto viaggiato. Non ho mai smesso di cercare e di pormi domande e sono certa che molte risposte stiano nel viaggio e nei libri. Ho scritto due libri sul viaggio: “A come Avventura, Saggi sull’arte del viaggiare” e “Il Mondo nelle Mani, Divagazioni sul viaggiare”, sono autrice della guida Bolivia e della guida Colombia, tutti editi da Polaris. Collaboro con diverse riviste fra cui LatitudesLife ed Erodoto108. Quando non sono in giro per il mondo, mi trovate nella mia fattoria in Brianza e naturalmente sempre sul mio blog.


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