Il Senso del Viaggio

Viaggiatori dell’anima…

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23/07/2010

Il pellegrinaggio nei luoghi sacri alle diverse religioni ha attraversato secoli, culture e civiltà senza mai cessare di attrarre schiere di fedeli. I suoi mille percorsi avvolgono la terra intera in una fitta rete di cammini verso montagne e sorgenti sacre, pietre miracolose e tombe di profeti, templi e città sante. In un mondo occidentale sempre più secolarizzato, il pellegrinaggio sembrava però destinato a estinguersi, sostituito da un pensiero laico o comunque da una ricerca più rivolta verso se stessi o spiritualità altre. Sull’onda del movimento hippy e della sua blanda imitazione new-age, “l’homo viator” della cristianità era stato sostituito dalle migliaia di giovani ispirati da Kerouac, Ginsberg e i Beatles, che negli anni sessanta e settanta percorsero l’Hippie Trail verso l’Oriente con i suoi centri buddhisti, gli ashram hindu e le comunità alternative. O anche da quei “pellegrini profani” che, spinti da una sorta di culto della personalità, optavano ieri come oggi per luoghi “sacri” legati a personaggi famosi, dal mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa a Graceland di Presley a Neverland di Jackson.

L’ultimo decennio testimonia invece la rinascita del pellegrinaggio anche in Occidente lungo gli antichi percorsi cristiani della Via Francigena da Canterbury verso Roma per proseguire fino a Gerusalemme, o del Cammino di Santiago de Compostela per terminare a Finisterre, l’estremo lembo d’Europa dove immergersi nell’oceano in un antico rituale purificatorio. Perché questo ritorno al pellegrinaggio in un’epoca di mete facilmente raggiungibili con voli low cost, di massima efficienza e desiderio di conseguire un obiettivo nel minor tempo possibile? In un’epoca in cui in caso di avversità ci rivolgiamo più alla scienza che al cielo e neppure i credenti pensano che un giubileo possa garantire loro la salvezza eterna? Probabilmente perché, anche se ci siamo emancipati da una religiosità tradizionale, siamo sempre alla ricerca di senso. E, come dovrebbe essere per ogni viaggio, ma con ancor maggior forza, il pellegrinaggio è ricerca di senso e crescita interiore attraverso un percorso fisico, mentale e spirituale. Il pellegrinaggio moderno è però profondamente diverso da quello che si era andato diffondendo in Europa fra il primo e il secondo millennio e che aveva contribuito non poco a plasmarne la comune identità. Rischi e avventure sono infinitamente minori, ma soprattutto per la maggior parte di questi nuovi pellegrini il raggiungimento della meta finale ha perso la grande carica emotiva del passato e la destinazione è diventata soprattutto il pretesto per un’esperienza dove l’antica fede lascia spazio a una spiritualità più laica e la ricerca interiore si mescola a nuovi modi o mode di viaggio. Naturalmente rimane anche il piacere della conquista finale, un po’ come in un’ascensione in montagna, ma importante è diventato soprattutto il percorso. C’è la riscoperta di un viaggiare lento, a misura di uomo, vissuto secondo i propri tempi attraverso culture e paesaggi che appartengono alle nostre comuni radici cristiane. Il pellegrinaggio è cammino e, come annotava Roland Barthes, “Camminare è forse, mitologicamente, il gesto più comune, e quindi il più umano”. Camminare è la fatica, la sofferenza e il piacere dell’andare a piedi, è la riscoperta dei bisogni primari, è l’incontro con altri viandanti cui ci si sente legati da una sorta di complicità, è una meditazione silenziosa scandita come un mantra dal ritmo uguale dei nostri passi e dal battito del nostro cuore.

Due percorsi si lettura verso due diverse spiritualità, ma in fondo dentro se stessi: Giuseppe Cederna, Il Grande Viaggio, Feltrinelli 2004 e Paulo Coelho, Il Cammino di Santiago, Bompiani 2001.

Pubblicato su il reporter 

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ANNA MASPERO
Como, IT

A come Avventura, B come Bolivia , C come Colombia, M come Mondo… ma anche C come Casa e Cascina Chigollo… Potrebbe essere il titolo del racconto della mia vita di partenze e ritorni. Da mio nonno, soprannominato “Mericàn”, emigrato in Perù e poi ritornato fra le colline della sua Brianza, ho ereditato lo spirito d’avventura e l’amore per la mia terra. Perché di queste due cose sono fatta, un po’ nomade e un po’ stanziale. Andare e ritornare, proprio come le rondini che ancora nidificano sotto i tetti della fattoria del nonno dove vivo…. “Inverno in Egitto, giugno a Parigi. Snobismo delle rondini“, scriveva Paul Morand. Il viaggio è stato per me il primo amore. A quarant’anni ho dato le dimissioni dall’Istituto Sperimentale Linguistico dove insegnavo inglese, preferendo la vita a colori del mondo che è fuori, inseguendo nuove partenze e nuovi ritorni, ma sempre con la passione e la curiosità della prima volta.


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